Acqua, le 10 proposte di Legambiente per tutelarla

L’associazione ambientalista le ha presentate oggi a Roma nel corso del Forum Acqua. Tra i punti cardine un nuovo approccio gestionale, l’attuazione nazionale dei Piani di Sicurezza e interventi sulle perdite di rete, per riqualificazione di città, edifici e corsi d’acqua

trattamento delle acque industriali, riconversione del sistema di irrigazione

 

un'immagine del rio Gordale

Nel corso del Forum Acqua, organizzato oggi a Roma da Legambiente, l’associazione ambientalista ha lanciato 10 proposte per attuare un’efficace politica di tutela della risorsa idrica:

  1. Occorre un nuovo approccio gestionale, con piani strategici che puntano a ridurre i prelievi e i carchi inquinanti, prevedendo nuove regole di partecipazione attiva, con strumenti di condivisione e luoghi di consultazione con il pubblico adeguati (come previsto dalle direttive europee, recepite anche in Italia, a partire dalla 2000/60 e attraverso strumenti quali i contratti di Fiume e i contratti di Lago), che coinvolgano settori pubblici e privati, istituzioni, associazioni, cittadini, tecnici ed esperti per individuare le criticità e le politiche da mettere in campo.
  2. Per garantire un approccio complessivo e promuovere l’integrazione delle politiche sull’acqua e i servizi igienico sanitari riteniamo prioritarie sia la ratifica italiana del Protocollo OMS UNECE Acqua e Salute che l’attuazione su tutto il territorio nazionale dei Piani di Sicurezza dell’Acqua (Water Safety Plan). Il protocollo, finalizzato alla protezione della salute e incentrato sulla sicurezza, sulla gestione sostenibile delle risorse idriche e sull’equità, tra gli aspetti più importanti comporta una sinergia nelle politiche di tutela e gestione dell’acqua con un tavolo inter-istituzionale che vede coinvolti tutti gli attori in gioco, in particolare Ministero della Salute, Ministero dell’Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare e Istituto Superiore di Sanità; i Piani di Sicurezza dell’Acqua invece, che prevedono l’introduzione di un sistema integrato di prevenzione e controllo esteso all’intera filiera idropotabile, permetterebbero di superare l’approccio del controllo “a valle” e di prevenire fenomeni di inquinamento e le situazioni di rischio connesse con la contaminazione delle fonti. Riteniamo necessario che i Piani di Sicurezza dell’Acqua vengano finalizzati e approvati entro il 2025, e sia ratificato il prima possibile il Protocollo acqua e salute OMS UN, per consolidare soluzioni e risposte in un percorso di prevenzione ambientale e sanitaria, equità di accesso e sostenibilità di cui il settore idrico e il nostro paese ha urgente bisogno.
  3. Per ridurre gli sprechi occorre intervenire sulle perdite di rete, partendo dalle buone pratiche e dalle innovazioni già oggi messe in campo in alcune aree del Paese e prevedendo un piano di investimenti destinato all’ammodernamento della rete di distribuzione. Un’azione che consentirebbe anche di minimizzare i volumi prelevati lasciando ai corpi idrici l’acqua necessaria al mantenimento o al ripristino del loro buono stato di qualità.
  4. L’attenzione alla risorsa idrica rappresenta un fattore chiave anche per la sostenibilità in edilizia. Occorre adottare quindi sempre più misure per la riqualificazione delle città e degli edifici anche dal punto di vista idrico, prevedendo su queste misure di incentivazione e defiscalizzazione, sull’esempio degli interventi di efficientamento energetico degli edifici. Sono scelte obbligate, per una concreta politica di tutela della risorsa. Oltre a fermare l’impermeabilizzazione dei suoli, occorre favorire il recupero della permeabilità attraverso la diffusione di Sistemi di drenaggio sostenibile (SUDS) e rendere obbligatorio, per tutte le nuove costruzioni e per gli interventi di ristrutturazione degli edifici, la separazione tra le acque nere, che vanno in fognatura, e acque bianche e grigie da riciclare per usi domestici e civili non potabili e azioni finalizzate al risparmio idrico. Sono interventi a basso costo, da parte delle amministrazioni, che consentono da subito risultati concreti.
  5. Per garantire misure risolutive calibrate sulle problematiche specifiche di ciascun bacino idrografico, è necessario completare la rete dei controlli ambientali, inserendo nei piani di monitoraggio anche le sostanze prioritarie e gli inquinanti emergenti, aggiornando su questo anche la legislazione riguardante i limiti di riferimento, e uniformare su tutto il territorio nazionale il monitoraggio. Ancora oggi infatti risulta non classificato circa il 40% dei corpi idrici, soprattutto nelle regioni del sud Italia, attraverso il rafforzamento del Sistema nazionale di Protezione Ambientale e l’approvazione dei decreti attuativi previsti dalla legge 132 del 2016;
  6. Serve poi, urgentemente, un’azione diffusa di riqualificazione dei corsi d’acqua e rinaturalizzazione delle sponde, impedendo l’impermeabilizzazione dei suoli, interventi che perseguono il duplice obiettivo di migliorare la risorsa idrica e ridurre il rischio idrogeologico, soprattutto ora che gli effetti dei cambiamenti climatici si stanno inasprendo, dando attuazione alla direttiva quadro acque (2000/60, la direttiva alluvioni (2007/60 e la direttiva habitat (direttiva 92/43/CEE). Principi che devono essere alla base dei Piani di gestione delle acque e dei Piani alluvioni redatti dalle Autorità di Distretto;
  7. I ritardi sulla depurazione, chiamano alla necessità di riqualificare o costruire impianti, facendoli diventare luoghi di produzione, ma possono essere anche l’occasione per investire sulla ricerca e lo sviluppo di sistemi innovativi, sulla maggiore diffusione della depurazione alternativa (come la fitodepurazione), sul riutilizzo di acque reflue, anche attraverso una modifica del decreto 185/2003, e materia organica con reinserimento in una catena di valore che guarda ad una nuova economia circolare. Un intervento, quello sulla depurazione reso urgente anche dalle quattro procedure di infrazione aperte dall’Unione Europea a causa della cattiva depurazione del nostro Paese, che coinvolgono 1.122 agglomerati urbani e 32 aree sensibili, di cui due sono già sfociate in condanna e altre potrebbero arrivare presto. Su questo fronte occorre creare una cabina di regia unica come già si è iniziato a fare con il commissario di Governo. Un intervento necessario anche per le reti fognarie, dove occorre completare il sistema di raccolta degli scarichi, attivando fin da subito interventi volti alla separazione delle acque di pioggia (acque bianche, da trattenere per favorirne l’infiltrazione) dalle acque di scarico (acque nere) per migliorare l’efficienza della depurazione.
  8. Occorre migliorare anche il trattamento delle acque industriali (attraverso l’applicazione delle migliori tecnologie disponibili come indicato dalla stessa direttiva IPPC), evitando il mescolamento dei reflui industriali con quelli civili per evitare che le prime vadano a finire in impianti non idonei al trattamento specifico di inquinanti chimici, con conseguente rilascio di questi ultimi nell’ambiente;
  9. Sull’agricoltura è necessario agire con forza, ripensando ad una riconversione del sistema di irrigazione puntando a sistemi di microirrigazione a goccia, che possono garantire almeno il 50% del risparmio di acqua utilizzata, e rivedere completamente il sistema di tariffazione degli usi dell’acqua, con un sistema di premialità e penalità che valorizzi le esperienze virtuose. Occorre poi ragionare sugli scenari futuri di riconversione agricola verso colture meno idroesigenti, o comunque adeguate alle condizioni climatiche e alle disponibilità idriche del territorio, senza tralasciare il controllo sull’utilizzo dei fitofarmaci e pesticidi, la cui presenza è stata riscontrata (dati Ispra) nel 67% delle acque superficiali e nel 34% di quelle sotterranee e la diffusione nelle aree agricole di soluzioni Nature Based per la riduzione dell’inquinamento;
  10. Nel reperimento di risorse da destinare alla tutela della risorsa idrica non si possono non considerare gli emungimenti delle acque minerali a fini idropotabili da parte delle società imbottigliatrici (specialmente in quelle aree dove vi sono difficoltà di approvvigionamento idrico), che devono essere sottoposti ad attente regole di assegnazione e gestione, nonché a canoni adeguati in modo da evitarne abusi e rendite. Quello delle acque in bottiglia rappresenta un importante settore di intervento, dal momento che il nostro Paese è tra i primi consumatori a livello mondiale con 206 litri/abitante all’anno.