Acqua contesa tra Pakistan e India

Alta tensione fra i due Paesi. Nel Kashmir, controllato da Nuova Delhi, scorrono gli affluenti dell’Indo, da cui dipende l’80% dell’agricoltura pakistana e la sopravvivenza di milioni di persone. Una minaccia per i fragili equilibri geopolitici regionali IL REPORTAGE

Immagine del Lago Wular

Testo e foto di Adriano Marzi

Ogni volta che la tensione con il Pakistan s’infiamma, il governo indiano minaccia di chiudere il rubinetto al suo vicino. “L’India è pronta a interrompere il flusso delle sue acque verso il territorio pakistano: il corso dei nostri fiumi verrà deviato a favore delle popolazioni di Jammu, Kashmir e Punjab”, ha twittato Nitin Gadkari, ministro indiano delle Risorse idriche e dei Trasporti, a ridosso dell’attentato di febbraio a Pulwama, rivendicato dal gruppo separatista Jaish-e-Mohammed basato in territorio pakistano e in cui sono rimasti uccisi 44 paramilitari indiani impegnati in Kashmir. Una misura che se messa davvero in pratica equivarrebbe a una dichiarazione di guerra fra due Paesi che hanno a disposizione un arsenale atomico.

Rashmi Devi Interviene Durante Un Consiglio Del Suo Villaggio, Randal
FOTO DI ADRIANO MARZI

Sul territorio kashmiro controllato dall’India scorrono tutti gli affluenti dell’Indo, il fiume da cui dipende oltre l’80% dell’agricoltura pakistana e la sopravvivenza di decine di milioni di persone. Uno straordinario dedalo di corsi d’acqua disseminato dal governo indiano di dighe e impianti idroelettrici, che oltre a una preziosa fonte di energia per l’economia indiana, rappresenta una minaccia costante per i fragili equilibri geopolitici regionali. La disputa per il territorio del Kashmir – già causa di quattro campagne militari dall’indipendenza dai colonizzatori inglesi (1947) – si è così trasformata in una contesa per le risorse idriche.

Pescatori Sul Lago Wular
FOTO DI ADRIANO MARZI

A regolare i diritti sulle acque dell’Indo sono i 12 articoli dell’Indus water treaty, voluto da Banca mondiale e sottoscritto nel 1960 da India e Pakistan “in spirito di buona volontà e amicizia”: i tre affluenti orientali (Beas, Ravi e Sutlej) vengono assegnati al controllo indiano, mentre i tre occidentali (Indo, Chenab e Jelhum) sono di pertinenza pakistana. Fin dai primi anni Novanta, però, il governo di New Delhi studia le more del trattato per sfruttare anche le acque destinate al Pakistan, rassicurando la comunità internazionale con la garanzia che una volta passata attraverso le turbine degli impianti idroelettrici ogni goccia d’acqua viene restituita al corso dei fiumi. In Pakistan la questione infiamma gli animi e alimenta la propaganda anti-indiana più radicale, mentre le vie ufficiali finora non hanno portato risultati alla diplomazia pakistana. I ripetuti appelli alle istituzioni internazionali sulle presunte violazioni degli accordi sottoscritti nell’Indus water treaty sono stati tutti rigettati: Banca mondiale ha dato il nullaosta alla costruzione delle dighe indiane di Baglihar sul fiume Jhelum e di Ratle sul fiume Chenab, mentre la sentenza della International court of arbitration (Ica) dell’Aja ha riconosciuto all’India il diritto di portare a termine anche la diga di Kishanganga, sull’omonimo affluente dello stesso Jhelum. Ad aggravare la situazione contribuisce il riscaldamento climatico. Secondo gli studi più recenti, gran parte dei ghiacciai himalayani rischia di sciogliersi entro la fine del secolo causando, dopo un’iniziale aumento di flusso, il progressivo prosciugamento di molti fiumi. La portata dell’Indo dovrebbe diminuire dell’8% entro il 2050. Uno scenario che rischia di inasprire la tensione fra le due super potenze.

Abitante Del Villaggio Di Rishikesh Mostra Le Crepe Causate Nei Muri Di Casa Sua A Causa Della Costruzione Dell'impianto Idroelettrico Di Karcham Wangtoo
FOTO DI ADRIANO MARZI

Sono passati oltre cinquant’anni da quando nel 1963 Jawaharlal Nehru, compagno del Mahatma Ghandi e leader storico dell’India indipendente, inaugurò il primo colossale impianto idroelettrico indiano: la diga di Bhakhra sul fiume Satluj venne presentata alla popolazione come “un tempio dell’India moderna”. Nel disegno di Nehru le dighe avrebbero dovuto portare acqua corrente alle famiglie indiane, irrigare i campi coltivati, fornire energia all’industrializzazione del Paese. Da allora, secondo il South Asia network on dams, rivers and people (Sandrp), sono stati costruiti oltre cinquemila impianti idroelettrici, che hanno causato la scomparsa di migliaia di ettari di foresta e lo sfollamento di una popolazione stimata in oltre 60 milioni di persone. Oltre agli ingenti danni causati agli ecosistemi e alle popolazioni dell’Himalaya, l’industria idroelettrica indiana si distingue per la sua scarsa efficienza. Sempre secondo il Sandrp, il 90% degli impianti idroelettrici operativi in India non produce i livelli d’energia promessi in fase di realizzazione. Negli ultimi vent’anni, mentre la dimensione del settore idroelettrico indiano è cresciuta a un ritmo medio di circa il 5% annuo, il tasso di rendimento è crollato di un quarto. Gli impianti rimangono spesso fermi sia nella stagione monsonica, per l’accumulo di sedimenti, che in quella secca, a causa dello scarso flusso d’acqua. Inoltre le grandi distanze che intercorrono fra i centri di produzione sull’Himalaya e i luoghi di consumo – le megalopoli della grande pianura indiana – fanno sì che la maggior parte dell’energia prodotta si disperda lungo le linee di trasmissione.

Inefficienza, devastazione ambientale, massicce campagne di sfollamento coatto. Le evidenti contraddizioni di questa forma di produrre energia “pulita” non sembrano però mettere in discussione un settore in continua crescita. Neanche lo spettro di una guerra nucleare con il Pakistan è sufficiente ad arrestare l’avanzata della potente lobby dell’energia idroelettrica indiana. Al contrario, le compagnie che operano nel settore possono vantare un solido sostegno politico e finanziario: oltre che da Asian development bank e Banca mondiale, che dopo essersi tenuta fuori dal business dell’idroelettrica per qualche anno è tornata a finanziare molti progetti, i capitali arrivano da diverse banche internazionali e da una lunga serie di investitori privati, fra cui i gruppi Salini-Impregilo e Siemens.

In linea con i suoi predecessori – Atal Bihari Vajpayee, che a inizio secolo autorizzò la costruzione di 162 impianti idroelettrici sull’Himalaya, e Manmohan Singh, che ha lasciato disseminare di dighe anche il corso del sacro Gange – il primo ministro Narendra Modi è un forte sostenitore della lobby idroelettrica. Fin dal principio del suo mandato, cominciato nel 2014, si è impegnato a rilanciare progetti in fase di stallo, inaugurare impianti incompleti, fomentare l’avviamento di nuove grandi opere. In Kashmir – dove ha sempre usato il pugno di ferro, chiudendo la porta del dialogo al movimento per l’indipendenza e reprimendo il dissenso con una violenza senza precedenti – ha dato il via libera a una decina di nuovi progetti, fra cui il secondo impianto idroelettrico di Baglihar. Nell’Arunachal Pradesh – uno dei sette Stati indiani a statuto speciale che si trovano nel Nordest del Paese, dove vive buona parte delle tribù indigene rimaste in India – Modi ha ribaltato la decisione del precedente governo e autorizzato il devastante impianto di Dibang e altri duecento nuovi grandi progetti. Con il pretesto di contrastare le cicliche alluvioni e siccità di cui è vittima la popolazione indiana, il premier si è inoltre impegnato a portare a termine un mastodontico progetto da 90 miliardi di dollari per la realizzazione di una rete di canali e dighe che connettano sessanta fra i principali fiumi indiani, Gange incluso.

Impianto Idroelettrico Di Karcham Wangtoo
FOTO DI ADRIANO MARZI

Proprio il fiume più sacro per gli induisti rappresenta meglio di altri il dramma del massiccio sviluppo dell’idroelettrica in India. Dopo l’alluvione che nel 2013 ha colpito l’Uttarakhand, lo Stato dove sorge il Gange, causando oltre 30mila morti, sembrava che finalmente il settore si avviasse verso una maggiore regolamentazione, che gli studi d’impatto ambientale sarebbero stati seri e affidati a organizzazioni indipendenti. Come accertato anche dalla Corte suprema indiana, le numerose dighe installate lungo i bacini del Bhagirathi, dell’Alaknanda e del Mandakini (i tre fiumi da cui nasce il Gange) amplificano infatti la portata delle cicliche alluvioni e hanno contribuito a provocare la tragedia del 2013. Ma molti dei progetti che insistono sul bacino del Gange, dopo essere stati sospesi per qualche anno, stanno ripartendo con nuovo impeto sotto l’amministrazione Modi. Fra questi, anche gli impianti di Loharinag-Pala e Bhaironghati, le dighe più prossime al ghiacciaio di Gaumukh, da cui sorge Mother Ganga, come viene chiamato dai fedeli indù il Gange, rischiano di venire sbloccati. “Ci hanno assicurato che i progetti sono stati cancellati per sempre, ma sono consapevole che potrebbero riprendere in qualsiasi momento”, ha ripetuto più volte Guru Das Agrawal, uno degli scienziati più eminenti dell’India e allo stesso tempo un’importante personalità religiosa, che ha passato buona parte della sua vita battendosi per chiedere una legge che assicuri il libero flusso del Gange. Nonostante si fosse rivolto più volte al primo ministro, Modi ha sempre rifiutato di riceverlo o rispondergli. “Il problema – aveva spiegato lo stesso Agrawal, morto lo scorso ottobre, dopo il suo ultimo digiuno di protesta durato 111 giorni – restano gli interessi finanziari degli individui coinvolti: dagli uomini d’affari ai tecnici, dagli ufficiali governativi fino agli abitanti dei villaggi locali, tutti pensano solo al denaro. In nome di ciò che chiamano sviluppo, sono pronti a vendere la propria Madre”.

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