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Acqua alta, serve un piano contro i cambiamenti climatici

Rischio acqua alta a Venezia
foto di Alessandro Gandolfo

L’ondata di acqua alta che ha messo in ginocchio per l’ennesima volta Venezia e altre città nelle ultime ore rappresenta un campanello d’allarme di fronte al quale l’Italia non può continuare a voltarsi dall’altra parte. A ribadirlo è Legambiente secondo cui per proteggere le città italiane e salvare la vita delle persone serve un piano di adattamento al mutamento climatico, che tenga conto dei dati sull’accelerazione dei cambiamenti e delle previsioni sull’aumento dei fenomeni meteorologici estremi e dei loro impatti.

L’associazione ambientalista ricorda che l’Italia è, d’altronde, l’unico grande Paese europeo che non ha ancora approvato un piano di questo tipo e un’analisi dei rischi e delle priorità di intervento: azioni fondamentali se si vogliono salvaguardare vite umane e territori. Senza dimenticare che un passo in avanti del genere rappresenterebbe anche un modo efficace di ridurre l’impatto economico dei danni da dissesto idrogeologico, a giudicare da quanto speso negli ultimi 20 anni.

Un’emergenza su cui Legambiente tornerà a fare il punto il prossimo 19 novembre a Roma con la presentazione del Rapporto 2019 dell’Osservatorio di Legambiente CittàClima nell’ambito del convegno dal titolo “Il clima è già cambiato”.

 

I dati dell’Ispra

Secondi i dati dell’Ispra, dal 1998 al 2018 l’Italia ha speso circa 5,6 miliardi di euro (300 milioni all’anno) in progettazione e realizzazione di opere di prevenzione del rischio idrogeologico, a fronte di circa 20 miliardi di euro spesi per “riparare” i danni del dissesto secondo dati del Cnr e della Protezione civile (un miliardo all’anno in media, considerando che dal 1944 ad oggi sono stati spesi 75 miliardi di euro).

Legambiente, Mose non è la soluzione

“A Venezia, in particolare – commenta il presidente di Legambiente Veneto Luigi Lazzaro, in merito all’emergenza acqua alta che ha drammaticamente investito la città – serve una prevenzione diversa da quella che è stata realizzata: dalla metà degli anni 90 in poi gran parte delle risorse è stata destinata alla realizzazione del Mose, che tuttora non è terminato, considerandolo l’unico progetto necessario a scapito di altri possibili interventi, ma soprattutto di una pianificazione che tenesse conto delle previsioni sull’innalzamento delle acque. È inoltre un’opera progettata per risolvere un problema puntuale che, oltre ai cambiamenti climatici, non tiene conto neanche degli impatti che può generare a valle o a monte”.

“Il paradosso – aggiunge il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini – è pensare che il Mose possa risolvere il problema dell’acqua alta a Venezia, quando sappiamo che è stato pensato e progettato prima che si prevedessero impatti climatici della portata di quelli che si stanno verificando. Il Mose può servire per arginare alcuni livelli d’acqua, ma non tutti, e sappiamo che gli eventi estremi sono destinati a ripetersi con sempre maggiore frequenza e che Venezia si troverà a dover fare i conti con un innalzamento del livello dei mari rilevantissimo, come evidenziato anche dall’Enea. Per questo per Venezia, come per le città e le coste più a rischio nel nostro Paese, occorre ragionare urgentemente di un serio piano di adattamento ai cambiamenti climatici e ai loro effetti che saranno altrimenti sempre più devastati”.

Redazionehttps://www.lanuovaecologia.it
Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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