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Post Glasgow, la strada è ancora in salita

Il Glasgow climate pact ha rinviato alla Cop27 l’adozione della roadmap per ridurre le emissioni e ha lasciato in sospeso gli aiuti alle comunità vulnerabili già colpite dalla crisi climatica. Ma il sentiero verso la fine delle fossili è stato tracciato

Dal mensile di dicembre Anche dopo Glasgow la strada per fronteggiare l’emergenza climatica continua a essere in salita. Soprattutto per le comunità più  vulnerabili  dei  Paesi  poveri. I prossimi mesi saranno cruciali nella nostra corsa contro il tempo per contenere il surriscaldamento del pianeta entro la soglia critica di 1,5 °C. Il Glasgow climate pact ha rinviato al prossimo anno l’adozione della roadmap per ridurre le emissioni climalteranti al 2030 in linea con l’obiettivo di 1,5 °C. Ancora a portata di mano se i governi già nei prossimi mesi avvieranno un’ambiziosa revisione dei loro impegni. Sarà la Cop27, che si tiene il prossimo anno in Egitto, a dover adottare la roadmap per dimezzare le attuali emissioni al 2030 attraverso la revisione annuale degli impegni a partire dal 2022. Grazie anche alla riduzione graduale del carbone nelle centrali senza Ccs (Carbon capture and storage, cattura e sequestro del carbonio) e all’eliminazione dei sussidi inefficienti alle fonti fossili, in modo da accelerare una giusta transizione energetica.

Via a senso unico

Per la prima volta nei negoziati sul clima, con l’Accordo di Glasgow si affronta la questione cruciale dell’abbandono dei combustibili fossili, anche se ancora in maniera inadeguata. Ma la loro strada è ormai segnata. Se si vuole per davvero fronteggiare l’emergenza climatica, va avviato al più presto il phase out di tutti i combustibili fossili e dei loro incentivi. L’Europa deve fare da apripista cogliendo l’occasione della discussione in corso sul nuovo pacchetto Clima ed energia. Un pacchetto legislativo non più “Fit for 55”, ma “Fit for 1,5”. Ossia in grado di consentire una riduzione delle emissioni non del 55%, come proposto dalla Commissione europea, ma di almeno il 65% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, accelerando il phase out di carbone, gas e petrolio e di tutti i sussidi ai combustibili fossili. Nello stesso tempo, va subito replicata in altri Paesi emergenti la partnership Ue-Usa-Uk lanciata a Glasgow per il phase out del carbone in Sudafrica, con un impegno finanziario iniziale di 8,5 miliardi di dollari a sostegno dello sviluppo delle rinnovabili e della giusta transizione. Un modello che replicato in Paesi come India, Indonesia o Vietnam, fortemente dipendenti dal car-bone, può accelerare la loro azione climatica con una forte revisione dei loro impegni di riduzione delle emissioni già dal prossimo anno. L’Accordo di Glasgow conferma l’impegno dei Paesi industrializzati a fornire un aiuto finanziario, a sostegno dell’azione climatica di quelli più poveri, di almeno 100 miliardi di dollari l’anno per il periodo 2020-2025 – 600 miliardi complessivi da elargire attraverso il Piano per la finanza climatica proposto dalla presidenza britannica – con la garanzia di raddoppiare l’attuale quota destinata all’adattamento. Impegno importante, perché sino ad ora all’adattamento sono stati destinati solo 20 dei circa 80 miliardi di dollari complessivi ricevuti dai Paesi poveri nel 2019, secondo gli ultimi dati Ocse.

Vulnerabili in attesa

Nessun passo in avanti, invece, è stato fatto sulla creazione del Loss and damage facility. Si tratta del fondo per aiutare le comunità vulnerabili dei Paesi più poveri a far fronte ai danni e alle perdite dovuti ai disastri climatici, in modo da consentire una rapida ricostruzione e ripresa economica dei territori colpiti, evitando così anche il preoccupante aumento dei profughi climatici. Serve ora un forte impegno dell’Europa, mancato a Glasgow, per costruire una larga alleanza a sostegno del Loss and damage facility in modo che diventi finalmente realtà proprio nella Cop “africana” del prossimo anno. A Glasgow, inoltre, è stato completato il Rulebook, ossia le norme attuative dell’Accordo di Parigi, rendendolo così definitivamente operativo. Si è trovata un’intesa sulle tre questioni ancora aperte: mercato del carbonio, durata del periodo di attuazione degli impegni e trasparenza della loro rendicontazione. Per quanto riguarda la questione più spinosa, il ricorso ai meccanismi di mercato previsti dall’Accordo di Parigi (art. 6), il testo concordato presenta diverse lacune che rischiano di compromettere la necessaria ambizione climatica per centrare l’obiettivo di 1,5 °C. Se da una parte si è riusciti a evitare il “doppio conteggio” delle riduzioni di emissioni, dall’altra si continua a consentire un parziale utilizzo del surplus di crediti accumulati a partire dal 2013 con il Protocollo di Kyoto. Si tratta di crediti (junk o zombie credits) relativi a riduzioni di emissioni fittizie che possono essere conteggiate come reali da parte di governi o imprese. Da una prima stima di Carbon market watch, si tratta di circa 300 milioni di tonnellate. E rimangono delle lacune nelle norme sul pieno rispetto dei diritti umani delle comunità coinvolte nella realizzazione dei progetti che generano i crediti scambiati tra governi o tra imprese. Per quanto riguarda poi il periodo di attuazione degli impegni nazionali (Common time frame – Ctf) è stata giustamente scelta l’opzione dei cinque anni, a partire dal 2031-2035. In questo modo si consente una revisione annuale fino al 2030, per poi proseguire con una revisione quinquennale dell’ambizione degli impegni secondo quanto previsto dall’Accordo di Parigi. Solo così sarà possibile mantenere vivo l’obiettivo di 1,5 °C. In questa direzione va anche l’accordo raggiunto sul capitolo del Rulebook riguardante la trasparenza. A partire da 2024, tutti gli impegni dovranno essere rendicontati secondo un format trasparente e uguale per tutti i Paesi. Per quelli più poveri è previsto un aiuto finanziario e un supporto tecnico affinché possano rispettare le nuove norme sulla trasparenza.

La nostra quota

Anche l’Italia deve fare la sua parte. A partire dalla sua “giusta quota” dell’impegno collettivo di 100 miliardi di dollari l’anno per il periodo 2020-2025 destinati all’azione climatica dei Paesi più poveri. Si tratta di almeno 3 miliardi di euro l’anno, che possono essere facilmente reperiti attraverso il taglio dei sussidi alle fonti fossili da inserire al più presto nella legge di bilancio. Il nostro Paese, infine, deve contribuire a centrare l’obiettivo di 1,5 °C aumentando il suo impegno  di  riduzione  delle  emissioni  al  2030  attraverso la revisione del Piano nazionale integrato clima ed energia (Pniec). Quello attuale consente infatti un taglio delle emissioni entro il 2030 di appena il 37% rispetto al 1990. Serve una drastica inversione di rotta, si deve aggiornare al più presto il Piano per garantire una riduzione delle nostre emissioni climalteranti di almeno il 65% entro il 2030. Andando quindi ben oltre l’obiettivo del 51% previsto dal Pnrr e confermando il phase out del carbone entro il 2025 senza ricorrere a nuove centrali a gas. L’Italia ha a disposizione ben 70 miliardi, alloca-ti dal Pnrr per la transizione ecologica, da investire per superare la crisi pandemica e fronteggiare l’emergenza climatica, attraverso una ripresa verde fondata su un’azione climatica in grado di colmare i ritardi del Pniec e accelerare la decarbonizzazione dell’economia. Solo così l’Italia potrà sostenere l’Europa nell’impegno comune per fronteggiare l’emergenza climatica globale. Una sfida che possiamo e dobbiamo vincere.

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Mauro Albrizio
Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles

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