Accelerare, con intelligenza

L’impegno internazionale sul clima deve essere rafforzato ma ci sono segnali positivi. Ora bisogna capire se l’Italia continuerà ad accodarsi alle posizioni di retroguardia dei Paesi dell’Est o deciderà di inserirsi nel drappello degli Stati che intendono gestire con decisione la transizione energetica

Coalizione clima

Speriamo che, dopo queste elezioni terremoto, si riesca a formare un governo che faccia delle tematiche ambientali, poco presenti negli anni scorsi e nella stessa campagna elettorale, un qualificante elemento di discontinuità. A imporlo sono, oltre alla preoccupante accelerazione dei segnali climatici, le continue sollecitazioni ad impegni più ambiziosi al 2030 sulle fonti rinnovabili, sull’efficienza e sulla riduzione delle emissioni. Il Parlamento europeo ha appena approvato in plenaria la richiesta di alzare gli obiettivi delle rinnovabili e dell’efficienza al 35%. Richiesta appoggiata, oltre che dal mondo ambientalista, da importanti attori industriali. Sul versante delle emissioni climalteranti, all’inizio di marzo il premier olandese Mark Rutte ha chiesto di portare il taglio dal 40% al 55%. Vogliamo capire se l’Italia continuerà ad accodarsi alle posizioni di retroguardia dei Paesi dell’Est o deciderà di inserirsi con forza nel drappello di punta dei Paesi europei che intendono gestire con decisione ed intelligenza la transizione energetica.

Le accelerazioni dopo Parigi

A volte m’imbatto in amici che ritengono sostanzialmente inutile l’Accordo di Parigi. Critiche rafforzate dai dati preliminari del 2017 che indicano un incremento del 2% delle emissioni di CO2, un dato che interrompe la serie dei tre anni precedenti in cui si erano stabilizzate. Dobbiamo essere soddisfatti dell’impegno internazionale sul clima? Certamente no. Non vanno però ignorati alcuni segnali, figli dell’impegno comune. Parliamo dei diciannove Paesi che hanno deciso di uscire dal carbone e dei cinque – Francia, Regno Unito, Norvegia, Olanda, India – che hanno indicato una data per la fine delle vendite delle auto a combustione interna. Ci sono città Usa che puntano all’obiettivo “100% rinnovabili” e Paesi – Cina, Messico al Canada e la stessa California – che hanno dato un prezzo al carbonio, in attesa che si riesca imporre una carbon tax globale. Ma ci sono altri elementi che fanno riflettere sull’impatto che sta avendo l’Accordo sul Clima. A partire dalla necessità di individuare nuovi ambiziosi percorsi inesplorati. Parlare di scenari che consentano di soddisfare con le rinnovabili tutta la domanda elettrica sembra un obiettivo scontato, anche se non lo è affatto. Ancora meno scontate, sono le riflessioni che stanno emergendo per affrontare temi complessi e ostici nel percorso di decarbonizzazione. Cito due esempi. Uno studio recente del Jrc – Centro di ricerche della Commissione europea, valuta le possibili evoluzioni al 2050 dei principali settori dell’industria chimica europea. A fronte di un aumento del 39% dei consumi energetici si stima possibile ridurre del 15% le emissioni di gas serra rispetto ai livelli attuali. Uno sforzo importante, ma chiaramente insufficiente dopo Parigi. Significativamente, è stata però la stessa industria chimica a elaborare lo scorso anno uno scenario molto più spinto che prevede, a metà secolo, il completo azzeramento delle emissioni climalteranti puntando non solo su un largo uso di elettricità rinnovabile ma individuando nella CO2, dei gas di scarto industriali e nelle biomasse le materie da impiegare al posto degli idrocarburi. Un secondo segnale interessante viene da un rapporto che analizza la possibilità di soddisfare tutta la domanda francese di metano nel 2050 con le rinnovabili. Nello scenario esaminato da Ademe Grdf et Grtgaz (Enea e Snam francesi), i consumi di gas – ridotti di un terzo rispetto ai valori attuali – sarebbero coperti da un mix formato per il 30% dal biometano, per il 40% dalla pirogassificazione di legname e per il 30% dalla produzione di metano dalla CO2 e dall’idrogeno generato da elettrolizzatori alimentati da rinnovabili. Insomma, il mondo è in forte movimento. L’accelerazione, favorita dalla drastica riduzione dei prezzi delle “Disruptive Technologies”, dal fotovoltaico ai sistemi di accumulo, non è però sufficiente per garantire i drastici tagli coerenti con gli impegni di Parigi. La sfida che si aspetta nei prossimi anni è talmente radicale che non bastano risposte “difensive”. Occorre ridiscutere l’attuale modello economico e riflettere sui cambiamenti da avviare per garantire una “prosperità senza crescita”. Un segnale interessante viene dalla breccia che si è aperta sul fronte degli economisti, con riflessioni come quelle di Tim Jackson a Kate Raworth volte ad aprire percorsi alternativi. C’è da sperare che s’inneschi la stessa evoluzione che si è registrata nel campo energetico. I ricercatori che trent’anni fa lavoravano sulle rinnovabili venivano considerati “eretici”, ma ora rappresentano il cuore del know how della trasformazione energetica. Altrettanto dovrà avvenire nel mondo degli economisti con la messa in discussione della crescita del Pil come principale obiettivo e con l’individuazione di modelli in grado di coniugare benessere, rispetto dei limiti ambientali e riduzione dell’uso delle risorse materiali e naturali. «È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, un’ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» come dice Papa Francesco. Cosa c’entra Parigi con tutto questo? C’entra, perché per la prima volta l’umanità si è data un limite, i miliardi di tonnellate che si potranno ancora emettere. E proprio la consapevolezza e l’accettazione di questo limite potrà stimolare l’avvio di trasformazioni radicali altrimenti assolutamente impensabili.

Mobilità elettrica: scuotersi dal sonno

Jerry Brown, governatore della California, dopo gli ambiziosi obiettivi sulle rinnovabili ha alzato il tiro anche sul fronte della mobilità puntando a far circolare 5 milioni di veicoli elettrici nel 2030. Parliamo dello stesso target indicato nella Sen italiana. La California, con un terzo di abitanti in meno dell’Italia, parte però da una base più solida con un numero di auto elettriche settanta volte superiore rispetto alla pattuglia di 5 mila auto che circolano nel nostro Paese. Ma soprattutto ha messo a disposizione 2,5 miliardi $ per realizzare 250 mila punti di ricarica entro il 2025. Da noi manca un chiaro indirizzo governativo, anche se va dato atto all’impegno di alcune imprese. Non certo, al momento, quello di Fiat-Chrysler che ha puntato sulle auto a metano che mostrano però un continuo calo delle vendite (-25,4% nel 2017). Va invece dato atto all’Enel di essersi mossa con grande decisione creando un’apposita nuova divisione e collaborando allo sforzo di installare 14 mila colonnine elettriche entro il 2022. Tutto ciò, in un contesto internazionale che sta evolvendo con incredibile rapidità. E non parliamo solo della Cina che ha deciso di puntare sull’elettrico per cercare il sorpasso mancato sui veicoli convenzionali. Lo scorso anno Pechino ha consolidato la leadership con 579 mila auto vendute, e nel 2018 si appresta a coprire oltre la metà del mercato globale che dovrebbe raggiungere la soglia di 1,5 milioni. La rivoluzione in atto obbliga i grandi produttori ad alzare continuamente il tiro. Così, negli ultimi mesi, la Ford ha deciso di raddoppiare gli investimenti sull’elettrico portandoli a 11 miliardi $ e la Volkswagen ha incrementato da 20 a 40 miliardi $ le risorse per la nuova mobilità. Interessante anche la reazione di Paesi più piccoli, come la repubblica Ceca, sede di una solida realtà produttiva con un comparto auto arrivato a rappresentare un terzo delle esportazioni. A fronte delle novità all’orizzonte, il ministro dell’economia Peter Ziga ha dichiarato «Dobbiamo adattarci ai cambiamenti. Non assisteremo passivamente agli sviluppi in atto, ma saremo partner attivi». Ecco, noi ci auguriamo che il prossimo governo prenda atto delle opportunità della nascente mobilità elettrica e definisca una strategia integrata che parta dalla produzione dei veicoli e arrivi ad incentivarne la diffusione, magari aumentando le tasse sulle auto con alti livelli di consumo. Ciò che serve è anche una strategia industriale per il paese, incluso la produzione di sistemi di accumulo, tema sul quale è in atto un’accesa discussione nell’ambito di European Battery Alliance.

Rinnovabili e paesaggio

Gli obiettivi indicati nella Sen sulle rinnovabili implicano un raddoppiamento della potenza eolica e una triplicazione della generazione solare. Numeri destinati ad aumentare decisamente nei prossimi decenni quando si andrà verso la totale decarbonizzazione della generazione elettrica. Con la decisa riduzione dei costi delle tecnologie destinata a continuare, non sarà più la variabile economica a rallentare la loro diffusione. L’elemento che risulterà sempre più decisivo sarà l’attenzione al paesaggio. Su questo punto occorre essere chiari. Si registrano costantemente opposizioni a impianti per la produzione di biometano, parchi eolici, centrali solari che, se in alcuni casi possono essere motivati da specificità locali, spesso sono indifendibili. Ci si deve sempre chiedere: “Cosa vogliamo al posto di questi impianti? Continuiamo a far funzionare le centrali a carbone? Vogliamo tornare al nucleare? Qual è il nostro contributo per evitare che la crisi climatica diventi catastrofica?”. Occorre un impegno più incisivo sul versante dell’efficienza e della riduzione della domanda di energia, anche mettendo in discussione l’attuale modello dei consumi e puntando a una maggiore sobrietà. Resta però il fatto che alla fine del prossimo decennio dovremo realizzare molti nuovi impianti. Per esempio, è probabile che nel 2030 arriveremo a 2 milioni di impianti fotovoltaici. La maggior parte delle nuove installazioni sarà realizzata sulle coperture degli edifici, magari si utilizzeranno anche le superfici vetrate, ma una quota della nuova potenza sarà installata con impianti a terra. Ed è su questo filone che occorre fare chiarezza ponendo una particolare attenzione al paesaggio, inteso come bene che riassume valori culturali, ambientali, emotivi e produttivi del territorio. Vuol dire dare la precedenza ad aree industriali, cave e discariche di rifiuti non più utilizzate. Se parliamo di aree agricole in disuso, potrebbe essere interessante sviluppare sistemi agro-fotovoltaici che consentano di abbinare la produzione agricola alla generazione solare, anche se non va sottovalutato in questo caso l’impatto estetico, visto che i moduli dovranno essere posti ad una certa altezza del suolo. Le Regioni avranno un ruolo importante nel definire le aree sulle quali realizzare gli impianti, facilitando in questo modo sia il processo autorizzativo sia un possibile intervento governativo sotto forma di garanzie, si tratti di Ppa o di vendita alla rete. I tempi stringono e governo e Regioni devono muoversi subito. Lo scorso anno sono stati installati solo 409 MW solari. Stiamo risalendo la china, ma per raggiungere gli obiettivi della Sen, nel giro di due tre anni questi valori dovranno essere almeno 6-7 volte superiori, con una parallela forte crescita dei sistemi di accumulo abbinati al solare. Messaggio per il prossimo governo: l’accelerazione deve partire subito facilitando la realizzazione di “solar communities” e definendo regole chiare per gli impianti a terra. Come per l’eolico vanno accelerati gli iter autorizzativi per il revamping dei parchi eolici esistenti. A proposito di segnali positivi, vanno sottolineati i 60 GW eolici e i 100 GW solari aggiunti nel 2017. Un bel salto in avanti, ma teniamo conto che hanno coperto solo la metà dell’incremento della domanda elettrica mondiale. Occorre dunque accelerare. Nel corso di quest’anno si definirà il programma Clima Energia 2050 ed è auspicabile un forte coinvolgimento delle varie istituzioni, delle forze sociali e del mondo ambientalista, seguendo il percorso virtuoso di altri Paesi.

Women’s shoes