mercoledì 27 Ottobre 2021

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Abraham, il partigiano

Abraham, il partigiano
Abraham Tesfai nell’orto urbano alla periferia di Bologna (Foto di Maila Iacovelli)

Ogni sera rivive una parte della storia, non tutta per fortuna. Non tutti i racconti disperati che ascolta li ha vissuti, alcuni sono ancora più atroci di quello che ha passato lui, che oggi è al sicuro o almeno così pensava. Fino a quando ha fatto una scelta: dare una mano a chi si trova ancora nell’inferno, tentare di dare qualche risposta ai familiari dei tanti, troppi desaparecidos di oggi fra deserto e mare.

Il telefono di Abraham suona continuamente: richieste di contatto sui social; mes- saggi disperati di padri o madri che non sanno che fine hanno fatto le loro figlie o i loro figli. Dirette Facebook dove parla di quanto sta accadendo in Libia e lungo i percorsi migratori dopo il blocco della rotta del Mediterraneo centrale. Non è passato molto tempo e sono arrivate anche le minacce di trafficanti, a cui non piace il compito che si è dato e lo tormentano «sui social, al telefono; ora lo spengo durante la notte perché non mi lasciavano più dormire».

Ventotto anni, eritreo, Abraham vive da 5 anni in Italia e, da rifugiato, sta cercando di ricostruirsi un futuro a Bologna, dopo essere scappato dalla dittatura del suo Paese, aver camminato scalzo per giorni e giorni, essere stato rapito, aver bevuto acqua mi- sta a benzina, assaggiato la brutalità di carcerieri disumani, attraversato il mare fino a Lampedusa.

«Troppe persone si perdono per strada. Troppi restano intrappolati nell’inferno libico – racconta – e io cerco di dare subito le notizie che ho, se quell’uomo o quella donna sono morti o arrivati, i respinti, i dispersi. Mi accusano di parlare di chi muore ma io preferisco far sapere se un ragazzo o una ragazza sono morti, che pensare a madri e padri che aspettano per cinquant’anni dei figli che non vedranno più. Sto facendo una cosa buona e mi lanciano sassi…». Abraham ascolta, chiede, incrocia notizie, cerca di verificarle come può. Ad aiutarlo a decifrare la filigrana delle storie che lo investono è il coordinamento “Eritrea democratica”, di cui è attivista, e altre associazioni, che nel dilagare dell’indifferenza e nella criminalizzazione della solidarietà cercano di fare luce sulle conseguenze della politica europea in materia di migranti e sugli accordi bilate- rali siglati dai Paesi membri. Come le intese dell’Italia con la Libia firmate negli ultimi anni, che prevedono lo sforzo del governo di Tripoli a “rafforzare le proprie frontiere marittime e terrestri, al fine di contrastare le partenze dei migranti dal proprio terri- torio”, e l’impegno di Roma a finanziare e formare la guardia costiera libica che riporta indietro chi fugge.

Testimonianze dolorose
«In Libia succede di tutto. Gli uomini sono diventati selvaggi. Fratelli che vengono separati, uno arriva e cerca disperatamente l’altro – denuncia Abraham – che non si sa dov’è finito. Le donne sono violentate, una ragazza mi ha raccontato che davanti al suo bambino di due anni lei è stata violentata e suo marito ucciso. Qualche tempo fa mi ha contattato un esule eritreo dalla Germania perché suo figlio minorenne era stato rapito dal centro di detenzione statale di Homs». Sarebbero state le stesse guardie del campo, secondo quanto ricostruito, a “consegnarlo” ai suoi aguzzini. L’uomo non ha fatto a tempo a pagare il riscatto e ha saputo poco dopo che Robel era morto a causa dei pestaggi. Cronache come questa di traffici di esseri umani, stupri, torture, soprusi di ogni genere, con un aumento vertiginoso delle morti e delle sparizioni, rappresen- tano l’atroce rovescio della medaglia del calo degli sbarchi in Italia. E della gestione dei respingimenti appaltata alla guardia costiera di Tripoli le cui operazioni sono finite sotto la lente di ingrandimento della Corte penale internazionale.

Le foto “rubate” che Abraham ci mostra le riceve dai centri di detenzione “ufficiali”, quelli dove dovrebbe essere assicurato il rispetto dei diritti umani: uomini e donne uno sull’altro, giorno e notte, in un groviglio di gambe e braccia. «Nella prigione libica dove sono stato rinchiuso era così – afferma – anche se noi eravamo al buio. Questa foto mi ha fatto ricordare… non ti crede la gente, non sai neanche come spiegare». Una volta c’è stata una lite fra cristiani e musulmani e «la polizia ci picchiava con i bastoni, a caso e un ragazzo etiope è morto», in quel groviglio di gambe e braccia.

La ricerca di testimonianze è centrale per individuare le responsabilità di politiche che trasformano in ostaggi migliaia di esseri umani. E non è facile fornire elementi solidi di istruttoria a tribunali nazionali o internazionali. «La maggior parte delle persone sta zitta, quelli che arrivano, che hanno subito torture, non vogliono rivivere quelle esperienze. Se ti si infila la paura dentro è difficile staccarla. Quando si aprono non vogliono che esca il loro nome». Qualcuno però sente di non aver più nulla da perdere e decide di testimoniare.

Un’altra vita
Al nostro arrivo a Bologna, Abraham ci ha accolto a una fermata dell’autobus di Doz- za, una zona periferica di Bologna, e ha voluto portarci subito a vedere il suo orto. L’unico posto dove dice di sentirsi davvero bene. Un orto urbano lavorato con cura e competenza da questo giovane a cui mancano due esami per laurearsi in Agraria: fragole, pomodori, fagioli, cavoli, erba cipollina, insalate. Abraham è orgoglioso della sua rivoluzione personale, contornato da bolognesi anziani che smuovono ciascuno una piccola porzione di terra. «All’inizio erano diffidenti, un giovane con la pelle scura arrivato da chi sa dove. Ma dalla mia parte ho avuto un ex partigiano che mi ha accolto bene, mi portava le piantine, mi parlava di politica, il più vecchio e il più aperto di tutti. Rievocava la miseria durante la guerra e allora ho immaginato che se anche qui in Italia non c’erano pane o zucchero, allora anche l’Eritrea può cambiare».

Il suo sogno è di poter tornare a casa «quando il dittatore muore». Vuole rivedere la madre e il padre, i fratelli e le sorelle. «In testa ho tanti progetti, in collaborazione con l’università di agraria, con professori e medici». A Bologna lavora per una cooperativa, fa l’educatore e il cartotecnico, assiste persone vulnerabili.

Nel suo racconto tutto si mescola, il passato e il presente, la nuova vita e quella che ha dovuto lasciare, l’orto e il teatro.

Abraham, il partigiano
Un momento dello spettacolo “Passengers” del laboratorio “Quartieri teatrali” (Foto di Maila Iacovelli)

Il giorno dopo ci dà appuntamento in un grande spiazzo, quasi fuori città, accanto al Centro di accoglienza straordinaria “Massimo Zaccarelli”, in zona Lazzaretto, al quartiere Navile. Abraham indossa una giacca scura fuori misura, impugna una vecchia valigia. Va in scena “Passengers”, uno spettacolo dell’assurdo, un coro di voci del labo- ratorio “Quartieri teatrali” della compagnia Cantieri meticci, dove studenti, migranti, richiedenti asilo, artisti e non solo si mettono in gioco mentre tentano di prendere una locomotiva che non partirà mai, ciascuno offrendo una parte di sé. Abraham si toglie le scarpe e comincia a correre, sul posto. Ha una corda annodata in vita e l’estremità agganciata alla locomotiva. I piedi si muovono in modo frenetico ma non avanzano di un centimetro. Su un cartone si legge “Orient express portami via”. «Non ci sono scuse – esclama un personaggio – per questa incolmabile assenza di senso».

Abraham, il partigiano
“Passengers” del laboratorio “Quartieri teatrali” (Foto di Maila Iacovelli)

«Oggi mentre recitavo – riflette ad alta voce – mi sono ricordato quando sono scap- pato dall’Eritrea. Durante la fuga le mie scarpe erano rimaste sotto la terra bagnata dalla pioggia, e nel deserto, scalzo, la sabbia era incandescente e bruciava i piedi». Squilla il telefono. Gli chiedono di essere messi in contatto con Alganesc Fessaha, la presidente di Gandhi charity, per poter soccorrere un ragazzo orfano. Con la comunità di Sant’Egidio, la Gandhi charity organizza corridoi umanitari dall’Etiopia, ossia percorsi protetti cui riescono ad accedere per ora pochi individui, i più vulnerabili. «Siccome fanno fatica ad arrivare alla dottoressa cercano me perché sono su Facebook, ma io non posso aiutarli».

Diritti al bando
Abraham fa le dirette su Facebook in tigrino, la sua lingua madre, e si rivolge prevalen- temente alla comunità eritrea, a volte usa l’arabo che ha imparato in Sudan, altre volte l’italiano. Risponde a chi lo contatta per avere informazioni, li aggiorna sulle rotte, prova a dare consigli «per evitare che altri facciano gli errori che ho fatto io, perché troppe cose all’inizio non le sai». Spesso però le domande sono enormi anche per lui: «Una donna che ha partorito a Torino un bambino arabo, bianco, non sapeva se tenerlo o abbando- narlo», al pensiero che tutte le volte che lo avrebbe guardato avrebbe «rivissuto quella violenza». Storie di chi è sospeso come un funambolo a cui basta un movimento falso per precipitare, in una situazione che sta diventando sempre più critica perché «non valgono più i diritti umani, non vale più lo status di rifugiato. In Europa rischi di rimanere schiavo perché c’è chi ti discrimina, ti giudica dal colore della tua pelle, si approfitta di te e ti vende a 500 euro un certificato di residenza falso, l’unico modo per poter lavorare».

Abraham, il partigiano
“Passengers” del laboratorio “Quartieri teatrali” (Foto di Maila Iacovelli)

«Io sono stato fortunato», riconosce Abraham. Nel suo percorso ci sono state per- sone che hanno fatto la differenza. Come l’uomo vestito di bianco che ha rassicurato i tre giovani fuggitivi con ancora il cuore in gola e i pantaloni strappati: “Siete in Sudan, inshallah”. L’esule eritreo che gli ha regalato degli abiti. Hassen e il suo «camion bellis- simo dove ho ascoltato musica araba e mangiato datteri». I ragazzi dell’Africa centrale che lo hanno tirato a forza sul gommone. Giovanni, il “prete dei poveri” di Bologna, che gli ha fatto ottenere la residenza e consentito di poter iniziare a lavorare. I nuovi amici dei “Quartieri teatrali”. Awet che lo ha portato alla scuola serale dove ha vinto i suoi stessi pregiudizi, stratificati negli anni della sua infanzia in un Paese colonizzato dai bianchi, gli italiani. «Quando ho avuto otto in matematica – conclude Abraham – lì tutto è cambiato».

Costanza Zanchini
Costanza Zanchini. nata a Roma nel 1969. giornalista parlamentare per l'agenzia di stampa Askanews. Con la fotografa Maila Iacovelli collabora con altre testate approfondendo temi anche diversi dal Parlamentare. come quello delle migrazioni.

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