giovedì 28 Gennaio 2021

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Abbraccio mortale tra ong e governo cinese

Horst Fabian è un signore a cui i capelli bianchi non hanno fatto passare la grinta.

Mi dà il suo biglietto da visita durante una pausa caffè. Dice: “Civil Society Ambassador in China”. Il titolo è altisonante ma è meritato: il signor Horst, che vanta una lunga esperienza di lavoro in Cina in rappresentanza delle aziende teutoniche, da vent’anni solca i cieli del celeste impero e conosce molto bene come vanno le cose nei corridoi di Pechino.

L’occasione per l’incontro è il seminario per la collaborazione Ue-Cina per ong e realtà della società civile, che si tiene a Sanya, una nota località turistica della Cina meridionale. Fabian Horst è stato invitato come esperto della nuova legge sulle ong entrata in vigore nel 2017. Qui ci ha concesso un’intervista per tracciare un primo bilancio sulla norma, che molti descrivono come un ennesimo serio bavaglio alla società civile cinese.

“Va detto innanzitutto che nel 2015 c’erano, secondo i dati del ministero, 7.000 organizzazioni no profit straniere attive nel paese e di queste solo 29 erano registrate. Per di più queste ultime erano quasi solo camere di commercio o associazioni industriali. È evidente che la situazione non poteva continuare così ed era necessaria una regolamentazione – sostiene Horst – ma si può dire che questa legge segna la fine di vent’anni di cooperazione “facile” per le ong che operano nel settore sociale e ambientale. Da oggi in poi le cose si fanno difficili, prova ne sia che delle 70.000 organizzazioni no profit registrate in Cina solo 200 ad oggi sono riuscite a registrarsi”.

“La cosa più rilevante della norma è che passa il tema dal ministero degli affari civili a quello della sicurezza nazionale. Ti fa sentire accusato, in primo luogo, di essere un problema per il paese, ed è evidente che l’atteggiamento che c’è dietro appare essere quello del sospetto”.

“Abbiamo fatto avere molte richieste di modifica e commenti alla norma, vedremo se il governo ne terrà conto ma le speranze non sono moltissime. Già ad oggi le conseguenze sono molto serie: conosco molte ong che lavoravano da molti anni nel campo dell’educazione, della parità di genere, del sostegno alla marginalità e nell’ambiente che hanno dovuto rinunciare ai loro programmi in Cina: se non sei registrato, infatti, non puoi svolgere nessuna attività nel paese”.

Mentre parliamo, a margine della conferenza, sono molti i cinesi che lo interrompono per salutarlo e congratularsi per il suo intervento.

“Il punto più critico, sul piano pratico, è l’obbligo di affiancarsi ad una Psu, una Professional service unit, che controlli l’ong sul piano amministrativo e se ne faccia garante con il governo – continua Horst – è stato fornito un elenco di enti accreditati: si tratta per lo più di enti pubblici locali o statali che devono essere affini per area geografica e temi all’attività della ong. Ma questi enti non hanno fondi governativi per farsi carico di questa attività e, soprattutto per le ong più scomode, non hanno nessun interesse ad esporsi presso il governo centrale. È quindi molto difficile, se non impossibile, per organizzazioni che hanno un forte profilo politico avere accesso a questa procedura”.

“D’altro canto è fin troppo chiaro che si tratta di una norma che punta a mettere in difficoltà le ong che, nel loro lavoro, contribuiscono alla propagazione di idee come la libertà di stampa e di opinione: prova ne sia che le ong di Hong Kong e Taiwan, che la Cina popolare ha sempre considerato parte del proprio territorio, vengano considerate, ai fini di questa sola norma, associazioni straniere”.

Gli chiedo se ci sono casi concreti di censura preventiva e lui mi risponde prontamente di sì.

“Ad alcune associazioni sono arrivate richieste esplicite. A Greenpeace, in particolare, è stato richiesto di ridurre il proprio “portfolio” di attività: ovvero dovrebbero rinunciare a trattare temi scottanti per il governo come, ad esempio, il carbone. Non è un caso che un paio di anni fa l’associazione abbia pubblicato un rapporto che indica come la Cina non sarà libera dalla propria dipendenza dal Carbone prima del 2050, e che il suo attuale tasso di abbandono di quella fonte è più basso di quanto dicano le statistiche ufficiali”.

“È molto probabile che molte ong se ne andranno del paese per mancanza di fiducia verso il governo di Xi Jing Ping; D’altronde, come biasimarle? Siamo davanti ad una legge per la quale la polizia può chiuderti la sede il giorno dopo per non meglio precisati “motivi di sicurezza” e non puoi neanche fare appello. Una legge che non individua nessuno strumento o organismo messo a tutela degli interessi delle ong. Chi investirebbe in queste condizioni?”

L’impressione, secondo l’esperto consulente tedesco, è che questa legge non sia altro che l’ennesimo tassello di una politica di ostilità cinese verso quello che viene definito “il dominio dei valori occidentali”, cominciato ben prima dell’ascesa di Xi Jin Ping ma che nel segretario ha visto una accelerazione, con una politica economica e diplomatica che alcuni non hanno esitato a definire neo-imperialista.

Ma non tutti la pensano così. Cango, (Cinese association for ngo cooperation) un network che associa 139 associazioni in Cina nel campo dell’ambiente e del sociale, e co-organizzatore dell’evento, è più possibilista rispetto alla nuova legge: “Ci sono molti problemi, è vero, ma si tratta soprattutto di problemi di comunicazione. Se mantieni un buon livello di comunicazione con i funzionari del ministero della Sicurezza Pubblica, alla fine le cose vanno in porto” dice Xia Jie, responsabile del progetto di gemellaggio tra ong europee e cinesi. “Per esempio quest’anno ci hanno approvato diversi progetti in collaborazione con ong tedesche. Si può fare, quindi, è solo più complicato”.

“Sarà forse così” conclude sconsolato il sig. Horst finendo il suo caffè, “ma tutti qui hanno la sensazione di essere passati, nel giro di un anno, da amici benvoluti a partner sospetti”.

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