A otto anni di distanza dal terremoto, in Giappone la ricostruzione va a rilento

Molte aziende danno la priorità ai lavori per le Olimpiadi 2020. Ma grazie a una serie di iniziative dal basso la regione sta conoscendo una seconda vita

Tohoku
Sato Tomoko di fronte al complesso residenziale in cui è stata trasferita dopo il terremoto del 2011

di  CHIARA E FEDERICA GALVANI

FOTO DI MARCO PANZETTI

L’11 marzo 2011 il Giappone fu colpito dal più grande terremoto degli ultimi cento anni, seguito da uno tsunami devastante e dalla conseguente crisi nucleare di Fukushima, ad oggi non ancora completamente rientrata. Una situazione paragonabile, disse l’allora primo ministro Yoshihiko Noda, alla desolazione causata dalla Seconda guerra mondiale. La regione maggiormente interessata è quella del Tōhoku (東北地方, TōhokuChihō, letteralmente “regione del nordest”), una zona conosciuta principalmente per le sue bellezze naturali, gli inverni rigidi e l’economia basata su pesca, allevamento, produzione di legname e agricoltura.
I danni qui sono stati ingenti, sia sul piano umano (16mila i morti, 3mila i dispersi, più di 6mila i feriti) che su quello ambientale ed economico. A otto anni dal triplice disastro del Tōhoku, quello che risulta evidente è come questi territori stiano ancora soffrendo e lottando per la loro rinascita. La ricostruzione messa in atto dal governo sta procedendo piuttosto a rilento, anche perché molte delle aziende coinvolte nella ricostruzione danno la priorità ai lavori nella capitale in vista delle Olimpiadi 2020.
Dopo i tragici eventi del marzo 2011, il governo ha optato per la ricostruzione delle infrastrutture e degli edifici e per la messa in sicurezza delle zone colpite con l’innalzamento di muri di protezione, spostando i nuclei abitativi in luoghi elevati. Insomma, Tokyo si è concentrata sul breve periodo e sulla ricostruzione “pesante”, senza pensare a un piano per il lungo periodo che tenesse conto delle esigenze e dei desideri della popolazione locale, in larga parte favorevole a una ricostruzione più lungimirante, in armonia con la natura e rispettosa dell’ambiente. Emblematico è il muro anti tsunami di circa 400 km costruito lungo tutta la costa nelle prefetture di Fukushima, Miyagi e Iwate: un argine in cemento armato, alto dai 5 ai 50 metri, per proteggere la popolazione da possibili, futuri maremoti. Un’opera costosa (820 miliardi di yen, circa 7 miliardi di euro), che però viene considerata inutile dalle comunità locali.

@Marco Panzetti
 una parte della nuova diga nei pressi di sanriku

L’infrastruttura, sostengono, danneggia il panorama e può compromettere la possibilità di incrementare il turismo nella regione. Danneggia inoltre anche l’ecosistema marino e ha un forte impatto sulla vita quotidiana della popolazione, che in gran parte vive di pesca e di attività legate al mare.
Muro a parte, saltano agli occhi anche i numerosi centri abitati che sono ancora cantieri a cielo aperto. Nelle zone vicine al mare le strade sono dissestate, i camion sfrecciano tutto il giorno per trasportare il materiale di costruzione e ovunque ci sono bandierine gialle per segnalare la presenza dei cantieri e il movimento di automezzi in entrata e uscita. Il governo ha progettato complessi piani di ricostruzione, che richiedono necessariamente lunghi tempi di attuazione. Progetti complessi e tempi lunghi che in molti casi hanno disincentivato parte della popolazione a restare nella zona. In particolare molti giovani, stanchi di aspettare, hanno preferito andare a vivere nei grandi centri urbani della regione, come Sendai o Morioka, per costruirsi un futuro.

@MarcoPanzetti
Uno sfollato da Unosumai osserva l’oceano dalla baia di Otsuchi

In molti casi la ricostruzione attuata dal governo non ha tenuto conto dello stile di vita degli abitanti del Tōhoku. Per quanto riguarda la ricostruzione delle abitazioni private, ad esempio, è stato utilizzato il modello di Tokyo, cioè piccoli appartamenti in grandi condomini a più piani, dove risiedono fra le cinquanta e le cento persone. Queste case sono moderne, funzionali e dotate di ogni comfort, ma le persone della zona erano abituate a vivere in abitazioni monofamiliari di un solo piano con ampie vetrate da cui potevano vedere i campi circostanti e socializzare facilmente con i vicini. In Giappone i rapporti di vicinato sono molto importanti, ma il governo quando ha assegnato i nuovi alloggi non ha tenuto conto delle comunità di vicini preesistenti. Il senso di comunità, una volta molto forte, sta così svanendo, lasciando spazio a solitudine e isolamento.

Tohoku
Lo stadio di kamaishi per iospitare trentamila persone

Sato Tomoko, volontaria di una della comunità di vicini di Rikuzentakata, vive questa situazione quotidianamente. «Non credevo fossero così, pensavo fossero persone attive, allegre e con voglia di fare – afferma – ma purtroppo da quando si sono trasferite nel nuovo complesso si sono chiuse in se stesse».
Girando per il Tōhoku, passeggiando nelle città costiere e parlando con i loro abitanti si coglie però anche un’energia positiva. Nonostante le difficoltà, il Tōhoku ha rivelato caratteristiche uniche delle sue dinamiche sociali e del ruolo della società civile. Quest’ultima, infatti, ha assunto una forte leadership, implementando progetti a lungo termine che rispondono alle necessità del territorio, sopperendo così alle mancanze del governo. «I veri eroi del Tōhoku sono gli U-turn e gli I-turn», dice Renata Piazza, fondatrice di Hasekura 2.0 program, una piattaforma che promuove l’innovazione sociale e la sostenibilità in Europa e Giappone. Si tratta di giovani sui 30-35 anni originari della regione (U-turn) o provenienti da altre parti del Giappone (I-turn) che hanno deciso di recarsi in Tōhoku dopo il disastro per avviare progetti e iniziative. «Questi giovani hanno colto l’occasione della ricostruzione per immaginare il futuro della loro nazione in un modo completamente diverso e innovativo rispetto al passato». L’idea è che la rinascita di un territorio non si realizza solo con i finanziamenti e l’intervento del governo, ma soprattutto con la partecipazione della popolazione locale.
Camminando per Ishinomaki, nella prefettura di Miyagi, una delle città più colpite dallo tsunami del 2011, ci si imbatte in Irori, un bar sulla cui vetrina campeggia la scritta “世界で一番面白い街を作ろう” (sekai de ichiban omoshiroi machi wo tsukurou, “costruiamo la città più interessante del mondo”). 
Irori è un bar e un coworking, un centro di incontro per i cittadini creato da Ishinomaki 2.0, un’organizzazione nata nel maggio 2011 con lo scopo di reinventare completamente la città. Ishinomaki 2.0 è una delle associazioni più attive nella zona, dove ha avviato diverse attività, fra cui il giornale Ishinomaki Voice per far conoscere lo spirito della città attraverso le voci, le esperienze e le idee dei suoi cittadini; city tour per rilanciare il turismo; un laboratorio di costruzione (Ishinomaki laboratory) di mobili che subito dopo il disastro ha aiutato gli abitanti creando abitazioni provvisorie per poi diventare un progetto a lungo termine finalizzato a far ripartire l’economia locale. A Rikuzentakata, invece, ci sono ovunque volantini che pubblicizzano le attività ideate dall’associazione Yamasato net: pranzi sociali, corsi di cucito o di ballo per far incontrare i vicini e ricreare quel senso di comunità spazzato via dallo tsunami.
I cittadini hanno capito che, per rilanciare la zona e far sì che i giovani restino, è necessario creare posti di lavoro. Un esempio è Watalis, azienda nata a Watari, regione di Miyagi, nel 2011 da un’idea di Megumi Hikichi. Watalis progetta e vende oggetti creati con kimono di seconda mano provenienti da tutto il Giappone. Seduta nel suo negozio, Megumi Hikichi ha uno sguardo pieno di speranza per il futuro della sua città e della regione. «Penso che i progetti della società civile siano molto importanti – afferma – il Tōhoku d’ora in poi sarà ciò che le singole persone faranno». Il suo progetto dà un’opportunità importante alle donne, che a seguito del disastro sono state completamente ignorate dai programmi di ricostruzione del governo centrale e ora si trovano in una condizione particolarmente svantaggiata.
A circa 200 km verso nord da Watari si trova Tono, cittadina della prefettura di Iwate, a un’ora di auto dalla costa. La città, risparmiata dal triplice disastro, è diventata il centro di coordinamento degli aiuti per la prefettura di Iwate. Una delle ong più attive in questa zona è Magokoronet, che ha giocato un ruolo importante sia nei momenti immediatamente successivi alla tragedia che nel medio e lungo periodo, creando un programma di formazione imprenditoriale per far sì che i giovani della zona possano avviare piccole imprese e progetti tesi a favorire la ripresa economica e sociale.
Se dopo l’11 marzo 2011 il Tōhoku sembrava in ginocchio e in una situazione di grave crisi, grazie alle iniziative della società civile è riuscito a reagire e sta lentamente diventando un centro di innovazione e sviluppo sostenibile. l

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