A Milano Marittina le pinete sono a rischio

Subsidenza, intrusione salina, ingressione marina ed erosione. Quattro fenomeni distinti che si intrecciano fra loro, aggravandosi. E che minacciano la costa romagnola

Pineta a rischio

I pini marittimi si stagliano alti ed eleganti sul sottobosco, le fronde oscillano nella brezza marina. In apparenza è tutta pace e relax nella pineta di Cervia e Milano Marittima. Eppure, passeggiando si notano degli “occhi” celesti, pitturati sui tronchi dei pini a un metro di altezza. Quel cerchio colorato di azzurro, anziché di rosso, svia la sensazione di allarme ma i pini contrassegnati cominciano ad essere un po’ troppi, e, nonostante l’effetto cromatico che vorrebbe essere tranquillizzante, inducono inquietudine. Che sta succedendo?
«Gli alberi qui sono molto diradati. I pini hanno una radice fittone che va giù in verticale e si imbeve, ma quando la falda si alza troppo e ristagna la radice marcisce, quando poi trova l’acqua salina non c’è più niente da fare».
Marino Previtera, presidente del circolo Legambiente Cervia, raccoglie un rametto, si china sul sentiero sabbioso della pineta e traccia un disegno. «Le quattro criticità – spiega – sono subsidenza, intrusione salina, ingressione marina ed erosione costiera, quattro fenomeni distinti che si intrecciano uno all’altro aggravandosi reciprocamente: l’unico antidoto è conservare la duna. Dov’è rimasta, oggi, la duna è oro». Andando sul litorale, però, la sensazione è che le dune, ridotte a relitti, siano quasi vissute con fastidio, nel migliore dei casi relegati ad attrazione turistica.

Un reticolo unico
«Ricostituire le dune, specie nella fascia lungomare, ha una funzione anche estetica ma soprattutto idraulica. Essendo un’altura, l’acqua presente nella duna è sospinta nel sottosuolo e blocca o frena l’intrusione salina, cioè l’avanzamento delle acque salate. Un sistema naturale per tutelare la falda freatica, che studi idrogeologici hanno evidenziato essere un reticolo unico qui nel ravennate: chilometri sotterranei da Ravenna a Cervia che hanno permesso alla pineta litoranea di prosperare per secoli, dai romani a oggi. Ora però è a rischio di sopravvivenza».
Dieci anni? Venti? Quanto possono resistere ancora i tratti di pineta rimasti? Marino Previtera abbassa lo sguardo, sconsolato. «Adesso quello che puoi vedere è un diradamento – riprende il presidente del circolo Legambiente di Cervia – Ne sono venuti giù tantissimi di alberi negli ultimi anni, questo è documentato dai rapporti degli uffici comunali, a seguito di eventi meteorologici intensi ma non eccezionali, che avrebbero lasciato danni minori se le condizioni delle piante fossero state ottimali. Nel viale centrale di Milano Marittima molti pini sono stati tagliati e sostituiti da lecci. Hanno detto che quei pini erano stati attaccati da un parassita. Era solo per quello o erano già in stato di deperimento? Nessuno ha indagato, così come continuano a non esserci studi sul fenomeno generale di marcimento ed essicazione delle conifere: probabilmente è dovuto a più concause legate insieme».
Nella pineta di Cervia e Milano Marittima ci sono “lenti” di acqua dolce che alimentano tutta la vegetazione del territorio, aree Sic comprese. «Schematizzando, per una comprensione più immediata – puntualizza Previtera – possiamo dire che queste lenti galleggiano su acque salmastre, in precario equilibrio. L’ingressione salina avviene costantemente perché le spinte di acqua dolce e quelle di acqua salata sono equivalenti, in alcuni punti negative, prevale cioè l’acqua salata. Ogni azione che andiamo a fare su queste lenti di acqua dolce, sposta equilibri già precarissimi. Il solo fatto che con la subsidenza si abbassa il terreno incide negativamente perché muove forze sotterranee idrauliche».
Chi vive sulla costa romagnola conosce a memoria termini e cause: la subsidenza è lo sprofondamento del terreno che avviene per due cause, una naturale dovuta alla costipazione del terreno, l’altra antropica che accentua lo schiacciamento costruendo palazzi e che con le estrazioni di acqua (per usi potabili) e idrocarburi abbassa il suolo. Da qualche tempo la subsidenza si è fermata o ha molto rallentato. «Ma è un processo irreversibile – avverte l’ambientalista – il piano di campagna non tornerà mai più ad alzarsi. L’abbassamento del terreno favorisce l’ingressione marina, che a sua volta agevola l’erosione della costa. Con meno difese arriva l’intrusione salina nelle falde». Che cosa si può fare? «Innanzitutto, non costruire più. La battaglia contro l’edificazione qui è contro un problema ben più grave della cementificazione, difficile da far vedere ma che provoca danni irreversibili, specialmente per gli interrati, che lo stesso Pug (piano urbanistico, nda) definisce “malcostume”. Ma purtroppo si continuano a rilasciare concessioni». Il problema è questo: la falda acquifera è a un metro e mezzo sottoterra, per costruire viene utilizzato il sistema well-point con la pratica del dewatering. In sostanza con tubi di aspirazione e paratie si isola il perimetro da scavare, in modo che non si allaghi. Ma questo comporta l’interruzione del reticolo di falda, che poi facilmente subisce l’intrusione salina. E l’acqua salata fa marcire i fittoni delle conifere.

Nuovi progetti
Al proposito un nuovo progetto, con centro congressi e albergo alto 30 metri, incombe sul litorale di Milano Marittima. È previsto nell’area dell’ex garage Europa, di fronte alla Villa Idrovora, prospiciente al Canale del Pino, meglio conosciuto come Canalino, opera degli anni Venti che porta l’acqua del mare, tramite pompe idrovore, fino alle saline di Cervia. «È uno degli ultimi varchi visuali dalla costa in mezzo alla cortina edilizia ininterrotta, permette di vedere un paesaggio dunale – spiega Previtera – C’è la villa storica, con l’impianto idrovoro, un po’ degradata. Ma basterebbe finalizzare l’investimento a recuperare quella e ripristinare l’area dell’ex garage, ora usata come parcheggio a raso. Invece sono previsti parcheggi interrati, con conseguente rischio, quasi la certezza, di incidere sulla falda freatica e facilitare nuova intrusione salina». Un altro caso è a Pinarella, dove la falda è molto alta, vicino al piano di campagna, e il terreno non drena a sufficienza. «È un’emergenza nota da vent’anni – spiega il presidente del circolo di Legambiente – Dopo l’ecatombe di alberi dovuta alle raffiche di vento eccezionali dell’estate 2015 sono stati ripiantumati pini e altre essenze. È stata poi rialzata la quota di terreno, ma durerà poco: i pini qui non resisteranno, si sa già, ma per esigenze turistiche sono stati rimessi». Succederà così che i pini marittimi saranno gradualmente sostituiti da altre essenze, quali lecci e frassini, più igrofile.

Valli a rischio
Se le pinete sono malmesse, un ecosistema che potrebbe sparire ancora prima è quello delle valli a nord di Ravenna: Punte Alberete e Valle Mandriole, circa 480 ettari, e il Bardello, zona prativa umida. «Queste due valli hanno una storia particolare – racconta Paolo Pupillo, presidente dell’Unione bolognese naturalisti – negli anni Sessanta erano destinate alla bonifica, ma vennero mantenute nella loro integrità grazie agli interventi degli ambientalisti dell’epoca – Eros Stinchi, Alessandro Ghigi, Augusto Toschi – che chiesero e ottennero investimenti per metterle in sicurezza dal punto di vista idraulico. Negli ultimi dieci anni – continua – si sono manifestati problemi molteplici: la subsidenza ha comportato una crescita di salinità delle acque che ha stravolto questi sistemi palustri di acqua dolce, che lentamente si stanno trasformando in zone umide di acqua salmastra. Questo è il problema principale, poi ce ne sono altri». Il risultato è drammatico sotto il profilo della biodiversità. «Sono state registrate mille specie in meno di coleotteri – riprende Pupillo – C’era un’importante popolazione di anfibi in parte sparita. Ogni anno nidificavano venti coppie di morette tabaccate, specie rara nel Mediterraneo. Ora ne sono rimaste due perché aborrono l’acqua salata».
L’altra faccia del problema è quello delle specie invasive alloctone, come le carpe e le nutrie. Senza ignorare la flora. «Nello scorso novembre – continua il naturalista – a distanza di cinquant’anni dalle istituzione delle Valli, abbiamo tenuto un convegno per lanciare l’allarme. Uno dei relatori, con molto spirito, ha sottolineato i rischi connessi a una specie vegetale che si chiama “Salvinia molesta”, molto infestante».
Morale: bisognerebbe spendere 200.000 euro l’anno per la salvaguardia di queste aree, in modo pluriennale. Non sono impegni di spesa impossibili, ma ci vuole volontà politica per attuarle e rimettere indietro le lancette a quindici anni fa. «Se non si fa niente, fra dieci anni saranno trasformate in valli salmastre, alcune con interramenti progressivi – conclude Paolo Pupillo – In assenza di interventi è molto probabile che il cuneo salino risalga i fiumi Reno e Lamone, specialmente d’estate, per andare a intaccare le acque delle valli. Un altro fenomeno è che quando si fanno dei lavori di scavo, o dragaggi, si ha l’immissione improvvisa di acque salate dal sottosuolo… Insomma, questo piccolo lembo rimasto dalle grandi paludi di epoca antica è minacciato da tutte le parti».
L’equilibrio naturalistico nel ravennate è messo a dura prova. «Non dimentichiamo il problema degli incendi dolosi, come è avvenuto nella pineta Ramazzotti, dove c’era anche un villaggio abusivo ora smantellato – denuncia Lorenzo Mancini di Legambiente Ravenna – Il problema, sempre più frequente, è l’ingressione del cuneo salino dovuto alle mareggiate, con l’acqua che entra nelle pinete per poi ristagnare nei punti bassi. La tutela della spiaggia, con il recupero delle dune mangiate dall’erosione, è quel che ora preme di più». l