A Genova c’è l’orto urbano più grande d’Europa

Si chiama OrtoCollettivo e ha l’obiettivo dichiarato di creare una comunità alimentare critica. Fra ingegneria rurale e buone pratiche

Ortocollettivo

di MARCO CARLONE E DANIELA SESTITO

Occhio a dove mettete i piedi mentre salite, il terreno qui ha il 70% di pendenza e non c’è un gradino uguale all’altro». Andrea risale il pendio con la nonchalance di chi fa questa salita dieci, venti volte al giorno. Alle sue spalle container colorati sembrano le tessere di un mosaico su un mare grigio di capannoni. Siamo a OrtoCollettivo, l’orto urbano più grande d’Europa, nella periferia industriale di Genova, a due passi da quel che fu il Ponte Morandi. Qui, i volontari di 4valli – il comitato fondatore dell’orto – hanno recuperato 7 ettari di collina precedentemente abbandonati per raggiungere due grandi obiettivi: rigenerare il territorio e sensibilizzare la cittadinanza in tema di produzione e consumo consapevoli.
Seguendo i principi della circolarità, il comitato ha terrazzato il versante utilizzando i tronchi delle acacie che occupavano l’altura, mettendola in sicurezza da frane e smottamenti: il materiale infestante è diventato così l’ossatura dell’orto, che adesso è coltivabile anche in posizione eretta. Per rendersi conto delle dimensioni di OrtoCollettivo bisogna raggiungere il suo punto più alto: da qui si vede tutta l’area coltivata, suddivisa nelle grandi “trincee” rettangolari, dove fra erbette e ortaggi si alternano vitigni e alberi da frutto.
«Quando siamo arrivati qui la prima volta, i rovi erano alti fino a 4 metri – spiega Andrea Pescino, ingegnere in pensione e ideatore di OrtoCollettivo – Ci siamo fatti spazio col machete per arrivare su in cima alla collina, e ancora non l’abbiamo liberata del tutto». Andrea racconta che alla sommità li attendeva una sorpresa: una pianta di Bianchetta – vitigno autoctono ligure – si era arrampicata su per un grosso arbusto per resistere all’incuria e alle erbacce. «Era una superstite del vigneto che sorgeva qui. Abbiamo ripiantato la vite e adesso nell’orto ce ne sono 500».
A OrtoCollettivo la parola d’ordine è autosufficienza. Tutto il materiale utilizzato è di recupero o regalato dagli utenti, e l’orto è pensato per reggersi il più possibile sulle proprie gambe. L’acqua piovana per l’irrigazione viene raccolta in vasche impermeabilizzate da vecchi teloni pubblicitari, persino i pollai sono stati costruiti in alto in maniera tale che le deiezioni, mischiandosi alla pioggia, scivolino giù per i terrazzamenti diventando fertilizzante naturale. Questo concetto di autonomia vale anche per le piante: per resistere al vento, vengono fatte crescere prostrate al terreno, o usando gli arbusti come sostegno. Qui si seguono infatti i principi di equilibrio della permacultura: ogni specie viene lasciata crescere là dove il vento trasporta i suoi semi, in una disposizione casuale opposta alle pratiche della monocoltura.

Ortocollettivo Lne (2)

La sfida più grande del comitato è però la creazione di una “filiera colta”, una comunità alimentare critica in grado di chiedersi da dove il cibo provenga e come sia prodotto. Si punta soprattutto su bambini e ragazzi, che spesso vengono accompagnati dagli insegnanti per vedere coi loro occhi come si coltiva. «Sembra banale – dice Valentina Grasso Floris, presidente dell’associazione – ma capita di trovarsi di fronte a bambini che credono che i piselli nascano già nei barattoli». Nell’orto si fa assaggiare di tutto, dai fiori bianchi di una particolare tipologia d’aglio alla corteccia di acacia. Tutto, pur di far capire che le specie edibili non si limitano ai pochi, classici ortaggi che si trovano nei supermercati, ma che il valore della biodiversità regala una varietà alimentare spesso inimmaginata.
Come indica il nome stesso, a OrtoCollettivo la terra è di tutti, così come i suoi frutti. Nel corso degli anni coltivazione e manutenzione sono state prese in carico da volontari dell’associazione, consumatori e gruppi di richiedenti asilo che qui hanno imparato a lavorare la terra. E per chi non ha tempo di partecipare in prima persona alla vita di campagna, c’è il progetto “Adotta un orto”: con 50 euro al mese si può avere una cassetta di prodotti a settimana, coltivati dagli agricoltori richiedenti asilo. Un progetto di grande successo, come afferma Andrea: «Ci capita almeno 5/6 volte a settimana di ricevere telefonate di persone interessate, ma non riusciamo a soddisfare tutta la richiesta».
«Io sono arrivato all’orto per caso, per curiosare, e da allora non me ne sono più andato, sebbene avessi un altro lavoro» racconta Riccardo, un fotografo genovese che qui ha ideato un percorso tattile da fare a piedi scalzi sui materiali del bosco. «Questo posto è una risorsa per tutti». Ne abbiamo la prova quando, uscendo, incontriamo Rodolfo, passato per un saluto. Scambiando due parole, ci racconta subito che per lui OrtoCollettivo è stata un’ancora di salvezza in un periodo di disoccupazione: «Venire qua mi ha aiutato a conoscere nuove persone, a impiegare in modo positivo le giornate più vuote. Adesso lavoro al cantiere del Ponte – indica con il dito ciò che resta del Morandi – ma appena posso torno qui volentieri». All’uscita dell’orto, le industrie si riprendono il palcoscenico, il verde sembra scomparire. OrtoCollettivo però rimane lì, capace di resistere al cemento come la sua Bianchetta aveva resistito per decenni tra i rovi.l