A difesa delle lucciole

Malgrado non esista ancora in Italia una diffusa cultura naturalistica, le iniziative pubbliche per riscoprire i coleotteri luminosi e tutelare il loro habitat si sono moltiplicate. Fino a diventare un fenomeno sociale

lucciole

di ANNALISA D’ORSI 
foto di DOMENICO BARBONI

Esistono animali che vengono caricati di significati simbolici e affettivi. Lo storico dell’arte Michel Pastoureau ha brillantemente documentato il male che si diede la Chiesa medievale per eradicare gli antichi culti pagani europei legati all’orso e sostituire nell’immaginario popolare l’esotico leone. Pensiamo anche alla balena, già simbolo biblico, oggi emblema delle battaglie di diverse organizzazioni ambientaliste per la tutela della biodiversità negli oceani. Per millenni, nelle culture europee, anche le lucciole hanno evocato un’ampia gamma di significati e suggestioni associati alla loro apparenza, al loro comportamento e, naturalmente, alla cultura di coloro che le osservavano. Secondo una ricerca intrapresa dall’ecologo urbano zurighese Stefan Ineichen, il fascino esercitato dalle lucciole dipenderebbe anche dal sovrapporsi di connotazioni e significati metaforici. La sua analisi ha inoltre mostrato come queste associazioni si siano trasformate nel corso del tempo e come oggi le lucciole evochino nella nostra cultura il problema della loro scomparsa e, più in generale, la perdita della biodiversità.

Effettivamente, ecologi e ambientalisti hanno documentato la diminuzione e la scomparsa di questi coleotteri in quasi ogni area del pianeta. In Italia il declino delle lucciole racconta la rottura di un modo sostenibile di abitare e utilizzare il territorio, la cementificazione del Paese, l’avvento dell’agricoltura intensiva. Anche l’inquinamento, compreso quello luminoso, e il riscaldamento del pianeta hanno implicazioni negative per le lucciole e per le loro prede. Non tutti sanno, infatti, che le larve delle lucciole sono degli agguerriti predatori di chiocciole e lumache (possono nutrirsi di chiocciole con un peso fino a 200 volte superiore al loro!) e laddove l’ecosistema non è stato troppo alterato possono contribuire a contenere le popolazioni di molluschi. Oggi c’è persino chi sarebbe disposto a comprare lucciole! Bioplanet, la principale azienda italiana nella “produzione” di insetti utilizzati per la difesa biologica delle colture, riceve ogni anno una decina di richieste da parte di romantici amatori. Ma le lucciole non sono facilmente allevabili, né del resto possono sopravvivere in un ambiente degradato, caratteristiche che le rendono difficilmente utilizzabili anche in un contesto di lotta integrata.

In assenza di studi specifici, è difficile fare il punto sulla situazione delle lucciole nel nostro territorio. Secondo il biologo Giuseppe Camerini, autore di alcuni articoli sulle lucciole, «la ricerca entomologica italiana, che deve fare i conti con una cronica carenza di fondi, si è maggiormente concentrata sulle specie d’insetti ritenute più utili o più nocive». Inoltre, «l’assenza di una cultura naturalistica diffusa non ha permesso la realizzazione di progetti di censimento come nel Regno Unito, dove la mobilitazione di un’ampia rete di appassionati volontari sparsi su tutto il territorio permette di monitorare numerosi vegetali e animali, fra cui le lucciole, con un ridotto impegno di risorse finanziarie». Tuttavia, recentemente, alcuni progetti innovatori e ispiranti stanno coinvolgendo il mondo delle associazioni e delle scuole. Da qualche anno le “lucciolate” suscitano entusiasmo e si stanno moltiplicando in tutta Italia. Le prime uscite notturne alla riscoperta delle lucciole vengono organizzate nel Basso milanese nel 1998 (Bosco della Bria) e nel 2002 (Parco delle Cave), per poi diventare un vero e proprio fenomeno sociale, con migliaia d’iscrizioni, centinaia d’iniziative e il coinvolgimento di associazioni locali e nazionali, compresi numerosi circoli di Legambiente. Dal 2013, l’organizzazione “Campo! Università di Milano campagna” si sforza di coordinare queste serate affinché non abbiano un impatto negativo sulle popolazioni di lucciole; vengono offerte anche formazioni di base per gli accompagnatori.

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Un catalizzatore è stata la pubblicazione, nel 2013, del libro di Domenico Barboni Lucciole. Vita spericolata di un coleottero pieno di energia (Tera mata edizioni). Opera divulgativa con valenza scientifica, il volume documenta con straordinarie immagini il ciclo vitale di cinque specie di lucciole diffuse nelle aree verdi del sud di Milano e viene a colmare importanti lacune nella conoscenza delle lucciole, anche a livello internazionale. Oggi alla seconda edizione, il libro è un interessante fenomeno editoriale in ambito naturalistico per le vendite e per l’implicazione di un ampio numero di associazioni che ne hanno sostenuto la pubblicazione, prenotando centinaia di copie che vengono acquistate a prezzo ridotto e poi rivendute. Interessante è anche il progetto didattico “Glow Up”, realizzato nel 2007 dal Parco Arte vivente di Torino, con la partecipazione di 1.700 persone fra studenti, insegnanti, educatori e operatori delle comunità coinvolte. Progetto di natura creativa e scientifica dedicato alle lucciole e rivolto principalmente alle scuole di Torino, ha permesso di raccogliere fra i partecipanti le segnalazioni delle località e delle condizioni di avvistamento delle lucciole nel territorio comunale e sollecitato al tempo stesso la produzione creativa di collage e testi ispirati alle lucciole. Infine in Lombardia, per iniziativa di “Campo! Università di Milano campagna”, stanno nascendo anche i “Giardini delle lucciole”, angoli protetti dove i Comuni si impegnano a rispettare il ciclo vitale dei coleotteri lampiridi, evitando le pratiche che possono nuocere (taglio dell’erba, utilizzo di pesticidi).

Tutte queste iniziative sono preziose in quanto il coinvolgimento suscitato dalle lucciole avvicina alla natura e produce una maggior consapevolezza e impegno da parte dei cittadini per la tutela delle aree verdi. Come sottolinea il biologo Giuseppe Camerini, «quello che possiamo fare oggi è soprattutto tutelare le lucciole laddove sono presenti, difenderne l’habitat ed eventualmente ampliarlo. Questo permetterà anche di proteggere tutte le specie legate allo stesso habitat».

foto lucciola

Fuori dall’ombra

In Italia si contano almeno 21 specie di lucciole, un numero rilevante se paragonato al resto d’Europa: si pensi che nel Regno Unito le specie segnalate sono soltanto due. Il pubblico italiano è abituato a osservare soprattutto le specie del genere “Luciola” (Luciola italica e Luciola lusitanica), le più comuni e appariscenti in quanto i maschi, volando di notte in cerca delle femmine, emettono lampi di luce molto evidenti. In tutte le specie almeno un sesso emette una luce visibile ma le femmine, generalmente ferme in mezzo alla vegetazione, sono più difficili da individuare. Anche le uova appena deposte e le larve delle lucciole possono essere bioluminescenti. Si tratterebbe di un meccanismo difensivo: le lucciole si rendono visibili per segnalare ai predatori la propria tossicità. In seguito la luce sarebbe stata utilizzata anche per permettere il riconoscimento e l’incontro dei riproduttori: il ritmo delle pulsazioni luminose, la sagoma degli organi bioluminescenti e la colorazione sono un silenzioso linguaggio che permette di riconoscere la propria specie e individuare, nell’oscurità, un potenziale partner. Come per le farfalle, lo stadio larvale è molto durevole, anche due anni, mentre gli esemplari adulti rimangono in vita fino a tre settimane. In molte specie le femmine presentano notevoli differenze rispetto ai maschi poiché, anche da adulte, rimangono molto simili alle larve e non sono in grado di volare. Mentre il meccanismo chimico di produzione della luce è stato chiarito, molti aspetti del comportamento, della distribuzione e della classificazione delle lucciole restano da studiare, specialmente nel territorio italiano.