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A colloquio con l’ex ministro Fioramonti: ‘Se chiude una piccola scuola muore una comunità’

Dal mensile di settembre 2020 – Decenni di disinvestimento dalle politiche educative hanno ridotto la capacità del nostro Paese di costruire futuro. Per recuperare, come dice Lorenzo Fioramonti, ministro dell’Istruzione nel governo Conte bis per alcuni mesi e autore del libro Un’economia per stare bene (Chiarelettere), oltre a tanti soldi serve una visione di lungo termine. A Nuova Ecologia spiega la sua ricetta per ripartire.

Nel tuo recente libro parli di una economia che non ha al centro le persone e la loro cura. In particolare, e a proposito di cura, uno dei disinvestimenti fatti negli ultimi decenni non solo nel nostro Paese ma anche in altri dell’area Ocse è stato su formazione e ricerca. Ma senza queste non ci può essere futuro. Cosa ha lasciato sul campo questo approccio che considera l’educazione e la conoscenza costi, piuttosto che moltiplicatori di opportunità e diritti?

Lorenzo Fioramonti

Nel mio libro parlo di un’economia non come potrebbe essere ma già realizzabile e che metta al centro nuove forme di capitale, non quello finanziario ma il capitale umano e naturale che sono le precondizioni del benessere. È accaduto, invece, che una visione economicista abbia messo al centro soltanto il denaro puramente inteso e le finanze. La scuola, cioè il contesto in cui si realizza il capitale umano e si impara anche a innovare e a creare modelli economici in equilibrio con gli ecosistemi, è stata considerata una spesa dovuta ma non produttiva. Questa visione ha prodotto una percezione sociale per la quale la scuola è sì importante, ma non è ciò che fa grande un Paese. Da ministro mi sono battuto per far comprendere che il Pil è un effetto della scuola.

Il post Covid ci lascia molte evidenze e contraddizioni su cui riflettere, fra cui il fenomeno del negazionismo e dell’antiscientismo. Come ambientalisti siamo preoccupati, infatti, dell’ampliarsi della fascia di popolazione colpita dall’analfabetismo scientifico e, più in generale, dall’analfabetismo funzionale. Quanto ci costa in termini di crescita e benessere avere una popolazione poco colta?

Il problema è che una società da troppo tempo abituata a non investire in cultura, in formazione, nelle scuole, produce effetti pessimi eversivi a lunghissimo termine. E non la recuperi mettendo soldi. Bisogna piuttosto recuperare delle generazioni con una visione di lungo termine. Al Paese manca la capacità culturale e la capacità di previsione per dire “domani avremo delle sfide da affrontare e investiamo già da oggi”. Avere una società poco colta, significa anche avere idee innovative che non riescono a prendere piede. Da ministro, mi sono reso conto che quando proponevo cose fatte in altri Paesi, ad esempio un sistema fiscale che abbassasse le tasse sui consumi che fanno bene alla salute e all’ambiente e le alzasse su quelli contrari alla salute e all’ambiente, sono stato considerato un marziano, mentre altrove queste cose si fanno costantemente. L’antiscientificità è un effetto di tutto questo: credere che qualunque cosa vada bene, che il successo non venga con il lavoro duro, con l’impegno e con la capacità di fallire per imparare, ma che venga in poche ore con un’apparizione televisiva, che valga puntare sull’effimero e non sulla sostanza. Gli scienziati in molte realtà avevano già avvisato, ad esempio, del rischio di una pandemia che potesse arrivare da un virus respiratorio. Eppure non c’è stata alcuna capacità di previsione, di investimento e preparazione. Così come avviene con i cambiamenti climatici. Ormai sono quarant’anni che sappiamo che esiste l’effetto serra provocato dalla produzione industriale dell’uomo. In Italia più che altrove, non facciamo nulla, mentre in altri Paesi sono stati già fatti progetti ambiziosi e coraggiosi.

La riflessione sulla scuola della “ripartenza” che affrontiamo in questo numero della nostra rivista, contiene un’articolata valutazione sui patti educativi territoriali e sulla responsabilità educativa diffusa. Trovo che la riflessione sulla scuola di prossimità, che proponi nel tuo ultimo libro, tenga anche insieme i valori di una “scuola ecologica”, dove sostenibilità ambientale e sociale sono profondamente interconnesse.

La copertina del libro di Lorenzo Fioramonti “Un’economia per stare bene”

La scuola di prossimità è la scuola per come dovrebbe essere. La prima azione che va fatta è l’abrogazione della norma sul dimensionamento che in questi anni, proprio nell’ottica dei tagli alla spesa e dell’“efficienza economica”, ha portato a chiudere le piccole scuole e a crearne di gigantesche. Invece noi avremmo bisogno di tante piccole scuole perché se chiude una scuola muore una comunità, mentre continuiamo a spopolare le aree interne perché le famiglie non possono mandare i propri figli a scuola e si trasferiscono altrove. Il risultato è che abbiamo creato effetti collaterali devastanti per i nostri territori che creano povertà e ingrassano un’urbanizzazione senza controllo di città sempre più invivibili. Dovremmo, invece, incoraggiare la crescita di reti di realtà che permettono di mantenere un livello alto di capacità produttiva ma anche di qualità della vita.

L’obiettivo, dunque, deve essere una scuola anche profondamente ecologica nella governance, nella didattica e nell’organizzazione…

Deve essere una scuola ecologica capace di instaurare un rapporto con il proprio territorio. Una scuola in cui i ragazzi hanno spazi per fare sport all’aperto, concentrarsi, in cui sviluppare il senso di comunità, interagire e utilizzare la comunità come un laboratorio di apprendimento. In quest’ottica, uno dei più grandi nostri limiti è che continuiamo a dimenticare i ragazzi con disabilità: come si può pensare di fare inclusione in un istituto di 3-4mila studenti? Non si tratta di tornare alla scuola di paese come dicono tanti. Queste piccole scuole in rete possono essere digitalizzate, possono scambiarsi e condividere momenti di formazione di alto livello. Abbiamo capito che la didattica a distanza è uno strumento complementare, non sostitutivo di quella in presenza. Ma se ci sono le condizioni pre-esistenti per attivare nuovamente la didattica a distanza, non dovranno più essere le famiglie a farsene carico, ma sarà la scuola a mettere gli studenti da subito nelle migliori condizioni per seguirla. Senza dimenticare che con una scuola già pronta in tal senso, i ragazzi potranno fare didattica a distanza con istituti di altre parti d’Italia, così come con professori madrelingua che si trovano in altre parti del mondo. Non dobbiamo costringere i ragazzi a viaggiare per ore ma farli rimanere nei loro territori. Questo significa fare comunità: la scuola diventa un posto dove oltre a imparare posso collaborare con gli altri e dove, dopo l’attività scolastica, non essendo un pendolare posso portare avanti altre attività.

Come vedi il ritorno a scuola nel post Covid?

Avremmo dovuto cogliere questa opportunità non solo per la sicurezza dal punto di vista sanitario, ma anche per far sì che quando la pandemia sarà finita ci si ritrovi in una scuola migliore. Se non cogliamo l’occasione della sospensione del patto di stabilità, e non spendiamo i soldi per scuole e personale, tra due o tre anni dovremo fare grandissimi sacrifici per rientrare nei parametri economici. Questa sarebbe la più importante leva di sviluppo per il futuro. Perché la conoscenza è la più importante energia rinnovabile, e più la si condivide più la si genera.

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Vanessa Pallucchihttps://www.lanuovaecologia.it
Presidente nazionale di Legambiente Scuola e Formazione e vicepresidente nazionale di Legambiente

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