Il gran rifiuto

La Cina ha bloccato le importazioni di materiali da riciclare con impurità superiori allo 0,5%. Un colpo per i sistemi di recupero di tutto il mondo che vendevano a Pechino gli scarti peggiori della differenziata. Problemi anche per l’Italia, che però può cogliere la sfida dell’innovazione / 122 milioni di tonnellate di plastica cercano “casa”

immagine di un ragazzo cinese che trasporta rifiuti su un ciclomotore

di Daniele Di Stefano

Yang laji. Due parole che dallo scorso marzo hanno sconvolto il mercato mondiale delle materie prime seconde e mandato in affanno un pezzo dei sistemi produttivi di tanti paesi sviluppati, dagli Usa all’Australia, all’Europa, Italia inclusa. Di yang laji, “spazzatura straniera”, si è occupata una circolare del 18 luglio 2017 del Consiglio di Stato della Repubblica popolare cinese (il massimo organismo esecutivo dello Stato): provvedimento notificato all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) che avvia un “piano d’azione per riformare il sistema di gestione delle importazioni di rifiuti solidi”. Perché “grandi quantità di rifiuti sporchi o addirittura pericolosi si mescolano nei rifiuti che possono essere usati come materie prime, inquinando seriamente l’ambiente cinese”, come ha dichiarato il ministro dell’Ambiente cinese, Li Ganjie, all’Agenzia France Press. Ma anche per valorizzare la raccolta domestica, passando, questo l’obiettivo dichiarato, dai 246 milioni di tonnellate riciclati nel 2015 a 350 entro il 2020, +40% in soli 5 anni.

Dagli anni ‘80, per sostenere un crescente settore manifatturiero, la Cina ha iniziato a importare rifiuti (carta, plastica, metalli), che grazie a un sistema industriale spesso informale e non autorizzato vengono trasformati in nuove materie prime. Da allora le navi che dalla Cina partono per il mondo cariche di prodotti non tornano vuote ma, con evidenti benefici economici, cariche di rifiuti riciclabili. Nel 2015 il gigante asiatico ha acquistato (dati del governo) 50 milioni di tonnellate di spazzatura (una quantità pari a più di una volta e mezzo tutti i rifiuti urbani prodotti in un anno dall’Italia intera).

Le nuove norme varate da Pechino regolamentano l’ingresso (a volte lo vietano, altre lo condizionano al rispetto di altissimi standard qualitativi) di oltre cento tipi di rifiuti solidi: fra cui appunto carta, plastica, scarti di alluminio, rame, acciaio, ceneri da incenerimento, scarti tessili, scarti di vetro, batterie e rifiuti elettronici. Rese pubbliche nel luglio 2017, le norme prevedono l’entrata in vigore dal 31 dicembre e la piena operatività dal primo marzo di quest’anno. In agosto la Cina notifica al Wto le percentuali di impurità ammessa alla frontiera: per carta, plastica materiali ferrosi e legno sono pari allo 0,3%, che dopo le pressioni dei Paesi esportatori, diventano 0,5%. Come per i cambiamenti climatici o la mobilità elettrica, dunque, la Cina, per ragioni ambientali ma anche per un lungimirante interesse economico, sembra aver assunto un ruolo di avanguardia nel cammino verso una maggiore sostenibilità ambientale.

Occidente in tilt

Un dettaglio: tutti i documenti trasmessi al Wto sono esclusivamente in cinese. Pur sollecitata ripetutamente, la Cina non ha mai fornito mai una versione ufficiale tradotta. Anche le classificazioni e gli standard impiegati non corrispondono a norme internazionali ma sono fissati unilateralmente dall’Aqsiq, organo amministrativo subordinato al Consiglio di Stato.

Secondo i dati doganali cinesi, nel primo trimestre del 2018 (dunque di fatto per un solo mese di operatività del divieto) le importazioni di rifiuti solidi nel Paese sono calate del 54%.

Arnaud Brunet, direttore generale di un’associazione che conta circa 800 imprese del riciclo in oltre 70 Paesi, il Bureau of international recycling, non usa mezzi termini: queste nuove norme sono come un “terremoto”. Infatti, nonostante il preavviso di otto mesi, il bando non è stato senza conseguenze. Il Financial Times, ad esempio, riferisce che dall’inizio del bando alcune società statunitensi non avrebbero avuto altra scelta che lasciare che i rifiuti si accumulassero nei magazzini. Secondo la britannica Uk recycling association, come riferisce il Guardian, l’impatto del bando sarebbe ben visibile nei piazzali dei membri dell’associazione.

Fino ad oggi, sintetizza Walter Regis, presidente di Assorimap, l’associazione dei riciclatori italiani di materie plastiche, «si è approfittato della Cina per dare una soluzione alla gestione di tanti rifiuti/materiali che in Italia o in altri Paesi non avrebbero avuto ritorni economici o addirittura avrebbero costituito un costo per essere smaltiti». Oggi il Paese ha alzato l’asticella della qualità, aggiunge Andrea Fluttero, presidente di Fise Unicircular – Unione delle imprese dell’economia circolare, «mettendo in crisi il sistema globale, così come si era stabilizzato». Lo stop «tocca da vicino la plastica perché nella raccolta differenziata confluiscono tanti tipi diversi di plastiche, ed è molto difficile mantenere livelli bassi di impurità». Per ricavare materia prima per il proprio sistema produttivo, la Cina (secondo la China scrap plastic association) ha importato più di 7 milioni di tonnellate di rottami di plastica nel 2016: più della metà di tutta la plastica di scarto esportata a livello globale quell’anno. «Siccome la parte più pregiata delle raccolte differenziate di plastica – chiarisce Fluttero – trova mercato in Occidente, la Cina è stata un comodo sbocco nel quale collocare queste plastiche miste di scarso valore, che anche se vendute a basso prezzo garantivano comunque un valore economico, e che ora invece sono un costo». Con un effetto sui prezzi che ovviamente non riguarda solo la plastica, e che non potrà non incidere sui costi finali del sistema. 

I prodotti cinesi, realizzati appunto anche con plastiche scartate in Occidente, per la gran parte prendono la via dell’export: hanno dunque bisogno di imballaggi. Per realizzarli la Cina importava circa 30 milioni di tonnellate di macero ogni anno. Mentre in Europa, dove si seguono le specifiche Uni-En 643, per la carta da raccolta differenziata domestica è previsto un tasso di impurità dell’1,5%, lo 0,5% richiesto dalla Cina «è un valore molto restrittivo, e anche abbastanza difficile da raggiungere», afferma il direttore generale di Assocarta, Massimo Medugno.

Settore al bivio

Il blocco cinese ha avuto effetti anche in Italia. «Abbiamo avuto segnalazioni in associazione di aziende che erano al limite, con piazzali occupati dagli scarti – dice ancora Fluttero – ma non ho notizie di aziende che abbiano fermato il ricevimento della raccolta». Anche in un settore all’avanguardia come quello del riciclo della carta. Il nostro Paese produce 6,8 milioni di tonnellate di macero l’anno, le nostre cartiere ne impiegano 4,9, delle restanti 1,9 milioni di tonnellate che esportiamo, 1,1 andavano in Cina. Il 40% della carta da macero viene dalla raccolta differenziata, il resto dal settore industriale e commerciale, ed è carta più pulita. Francesco Sicilia, direttore di Unirima, l’unione nazionale delle imprese per il recupero e riciclo maceri, ammette che «il problema c’è: le imprese da principio hanno avuto una forte sofferenza». È la carta mista, di qualità più bassa e fatta da carta, giornali, fogli, quella che sta soffrendo del blocco cinese. Dopo lo choc iniziale, prosegue Sicilia, «ora le cose un po’ si stanno riequilibrando: da marzo le imprese stanno cercando nuovi sbocchi verso altri paesi del Sudest asiatico, come Vietnam, Indonesia e India». Il problema, aggiunge, «è che si è determinato un crollo del prezzo: la carta della raccolta differenziata congiunta è passata da un prezzo medio di 92,50 euro a tonnellata di agosto 2017 a 22,50 euro di aprile».

Anche alcuni comparti della lavorazione delle plastiche hanno risentito delle nuove regole. «L’export cinese – riprende Walter Regis di Assorimap – non riguardava tanto le plastiche già lavorate dalle nostre imprese nel rispetto degli standard Uni 10667, dunque materia prima seconda, ma piuttosto rifiuti da imballaggio più o meno selezionati, in particolare plastiche miste di fatto non riciclabili». Quindi «noi come imprese del riciclo non abbiamo avuto problemi, i problemi li ha il mondo che si colloca tra raccolta e riciclo, quello della selezione e compattazione», spiega ancora Regis: come per la carta, oggi ci sono «molti materiali rimasti in Italia che non hanno più valore, e per i quali c’è un problema economico perché devono essere smaltiti: si sta verificando un collasso di impianti e siti di stoccaggio che non possono più essere ricettivi. Un collasso del sistema che ne impone una rivisitazione complessiva».  

Un’occasione da sfruttare

Ma se sul breve periodo lo stop cinese è certamente un problema, in prospettiva è anche una sfida che ha a che fare con la ricerca, l’innovazione tecnologica e le regole. «La scelta della Cina – sottolinea Andrea Fluttero di Fise Unicircular – ci mette in crisi ma ci spinge al miglioramento. Spero ci porterà a investire di più in ricerca e a occuparci di più della progettazione degli imballaggi». Per l’Italia, Massimo Medugno di Assocarta auspica «una situazione più equilibrata in cui l’export di macero diminuisca e la sua trasformazione possa avvenire nel Paese, lasciando qui il valore aggiunto. L’economia circolare dovrebbe diventare un asse portante della politica industriale nazionale. Per farlo è necessario che i rifiuti frutto dei processi di riciclo possano essere gestiti in maniera certa: non abbiamo particolare amore per la termovalorizzazione, ma oggi per questi rifiuti non ci sono né discariche né termovalorizzatori, e c’è il rischio che se non funziona l’ultimo passaggio venga messo in discussione tutto il meccanismo». C’è infine la questione delle regole: il settore, secondo Francesco Sicilia di Unirima, «continua ad avere regole ancora troppo legate alla logica dei rifiuti. È un paradosso che in Italia e in Europa manchi ancora un decreto end of waste sulla carta, l’economia circolare più antica». Per cogliere fino in fondo l’occasione creata dal blocco cinese.