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OIL

 

 

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Sardegna petrolchimica

di ANTONIO TURI

Oil, di Massimiliano Mazzotta -

Un documentario racconta l'impatto sociale e ambientale della raffineria Sarras, raffineria del gruppo Eni. E il regista ha già in mente il 'sequel'

Titolo   Oil
Autore   Massimiliano Mazzotta

Link Il trailer 

Premiato al Festival del cinema ambientalista di Torino, “Oil” di Massimiliano Mazzotta sta conoscendo il duro percorso che accomuna tutti gli audiovisivi che in qualche modo denunciano o documentano il degrado ambientale e sociale. “In realtà questo documentario nasce in modo quasi casuale - ci spiega il regista, Massimiliano Mazzotta - Nel 2006 avevo girato un cortometraggio su uno stupro raccontato in una lettera inviata da una ragazza sarda ad un concorso dedicato, appunto, alle lettere. Secondo me le cose raccontate in quella lettera erano troppo reali per non essere frutto di una esperienza vera. Così avevo deciso di recarmi in Sardegna nella speranza di incontrare l'autrice della lettera. Cosa fra l'altro mai avvenuta, la ragazza si è sempre rifiutata di svelare la sua identità. Mentre percorrevo la costa sarda nella zona di Sarroch, un paese sul golfo di Cagliari, ho potuto vedere questo immenso polo petrolchimico. Un vero pugno nell'occhio”.

Si trattava della raffineria Sarras, del gruppo Eni. La raffineria sorge negli anni '60 per iniziativa di Angelo Moratti, padre dell'attuale patron dell'Inter. Ma se Angelo Moratti si era limitato ad aprire una raffineria, il figlio ha allargato le attività, costruendo anche degli altri impianti destinati allo smaltimento delle scorie prodotto dalla Sarras per produrre energia elettrica. “Io giro sempre con la mia telecamera - continua Mazzotta - E quindi pochi minuti dopo aver visto quegli impianti già giravo le prime interviste. La base del futuro documentario. E cominciavo a scoprire delle cose incredibili, che a noi italiani vengono semplicemente tenute nascoste”.
 
Per esempio che gli impianti di smaltimento della zona di Sarroch sono destinati a lavorare il filtercake, una delle scorie più altamente tossiche derivate dalla raffineria del petrolio. Eppure nonostante questo, il nostro governo le ha considerate, unico in Europa, “fonti rinnovabili” sovvenzionandone il riutilizzo attraverso il Cip6. “Nel corso del mio lavoro di documentazione - spiega ancora Mazzotta - ho incontrato sia autorità pubbliche, con le quali il dialogo è sempre stato complesso e per niente facile, che singoli cittadini. Ho anche documentato, come sempre in questi casi, l'aumento esponenziale dei casi di tumore registrati nelle zone adiacenti gli impianti. In particolare mi ha colpito il caso di un ragazzo, deceduto poco tempo prima che io cominciassi a raccogliere il materiale”.
 
Uno dei problemi in lavori di documentazione come quello svolto da Mazzotta sta nel fatto che nessuno può ufficialmente mettere in relazione l'aumento dei casi di tumore con la presenza di impianti petrolchimici. Si può al massimo documentare una situazione, ma per una eventuale relazione, soprattutto in campo legale, il discorso è molto più complesso, a volte impossibile. “Fra i tanti personaggi intervistati”, aggiunge Mazzotta, “voglio ricordare Soru, allora presidente della regione. Si tratta di una intervista molto lunga, oltre un'ora. E rappresenta credo un caso quasi unico. Per quello che mi risulta Soru, personaggio notoriamente molto riservato, non ha mai concesso interviste così lunghe”.
 
Mazzotta, che nasce come fotografo, e che in quanto tale ha girato il mondo scattando in paesi come l'India e il Sud-Est asiatico, non considera ancora concluso il suo lavoro sulla Sarras. “Infatti sto già pensando ad una continuazione del documentario”, annuncia, “Un Oil parte seconda, forse con un taglio più economico. Intanto per ora siamo concentrati sulla diffusione di questa prima parte e certamente il premio ottenuto a Torino ci può aiutare”.

 

04 dicembre 2009 - TAG: Oil | Sarras | Mazzotta |


 

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